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Note
Non è ancora troppo tardi
Il sorprendente cambio dell’esecutivo nel nostro Paese
potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo sul governo
dell’Italia ma anche su quello dell’Unione europea.
Negli ultimi tempi la nostra attenzione è stata catalizzata
dalle tristissime vicende di casa nostra. Ma alzando solo un
po’ lo sguardo ci si sarebbe potuti rendere agevolmente conto
che anche l’Unione non se la passava poi troppo bene.
L’opinione pubblica è da mesi tempestata di comunicati
che annunciano nuovi piani, o modifiche dei piani precedenti; salvo
poi, a distanza di pochi giorni o di poche ore, ritrovarsi con gli
stessi problemi e le stesse incertezze di prima. Al di là
dei complicatissimi aspetti tecnici delle vicende europee, fra la
Banca centrale e il fondo di stabilizzazione, un punto emerge
chiaro. Vi è un grande deficit di iniziativa politica. Le
attuali istituzioni e le attuali politiche comunitarie non sono in
grado di reggere l’urto di una crisi internazionale forte
come quella attuale. Il rischio, purtroppo evidente, è di
scivolare indietro: mettere a rischio non solo la moneta ma decenni
di integrazione. Serve un deciso passo in avanti: mettere la enorme
forza finanziaria di tutti gli stati membri a garanzia di un
processo di stabilizzazione dei flussi finanziari, di risanamento
dei conti pubblici, di rilancio progressivo dello sviluppo.
[...]
Una grande occasione
È tema antico e spesso riservato alle discussioni
accademiche, ma ora torna prepotentemente d’attualità
ed entra a gamba tesa nel varo (eventuale) del governo Monti.
Un governo tecnico è frutto della brutalità di
avidi finanzieri e delle scelte dei tecnocrati comunitari?
Sì, secondo una vulgata trasversale che va da Magdi
Cristiano Allam sul "Giornale" (dove si parla addirittura di
“assassinio della democrazia”) a Paolo Ferrero su
"Liberazione".
Oppure è un governo che finalmente sancisce la
dissoluzione senza nobiltà del “berlusconismo”
(Guido Crainz su "la Repubblica"), che una democrazia
semi-narcotizzata non è riuscita da sola a scalzare? Un
governo che ha i presupposti per riconciliare con le istituzioni
una società - così la descriveva un anno fa il
rapporto Censis - sfiduciata e senza più legge e
desiderio?
La sfida è improba e l’esito non affatto certo,
tuttavia per adesso la domanda è: se non ci fossero stati i
feroci banchieri e gli investitori americani che a luglio hanno
cominciato a liberarsi dei bond italiani innescando l’onda
sismica, e se la puntigliosa e inusuale lettera della Banca
centrale non avesse messo con le spalle al muro chi bellamente
continuava a dire che tutto era sotto controllo, saremmo finiti nel
baratro, al posto di fermarci un attimo prima?
Da tempo chi studia la finanza che corre velocemente e
spensieratamente da una parte all’altra del globo (e infatti
anche sul piano lessicale si utilizza sempre una espressione nel
contempo minacciosa e misteriosa come “i mercati”) si
chiede come questa si possa conciliare con le giurisdizioni
domestiche, e come disegnare un'architettura di organi
sovranazionali in grado di regolarla e imporre comportamenti
comuni.
[...]
Senza regole
Quella di sabato scorso è stata la
ventisettesima Lettura del Mulino. Da quando le Letture annuali
si tengono in Santa Lucia - per i non bolognesi, l'Aula Magna
dell'Università - non si era mai vista così tanta
gente. Eppure, e basta scorrere rapidamente l' elenco
per accorgersene, ci sono state molte Letture belle e importanti,
per il tema e per il lettore. Ma sabato Sabino Cassese e i suoi
dubbi sull'esistenza di uno Stato “insufficiente” hanno
raccolto tante persone come non mai.
Il merito, naturalmente, va allo
studioso, al professore di fama internazionale che ha
accompagnato il suo lavoro con l'impegno civile e politico. Ma il
successo dell'appuntamento dipende anche dal tema prescelto: una
società, la nostra, che deve scontare uno Stato troppo
debole. Non poco Stato, ché come vediamo ogni giorno per
certi versi ne abbiamo sin troppo. I danni provocati dallo
statalismo e dall'assistenzialismo di Stato non possono certo far
rimpiangere certe logiche. Ma assenza di Stato intesa come mancanza
di un "un severo minimo di governo", di un minimo regolatore
comune, di uno Stato la cui autorevolezza non venga posta in dubbio
e anzi sia riconosciuta senza distinzioni di alcun tipo, neppure
territoriali. Le tante celebrazioni per i centocinquant'anni
dell'Unità hanno sottolineato, come ha fatto in apertura lo
stesso Cassese, i progressi straordinari compiuti dall'Italia e
dagli italiani in un secolo e mezzo. Ma, almeno le più
franche, al tempo stesso non hanno potuto celare le enormi
differenze che separano oggi il Paese. Tra Nord e Sud, ovviamente
(60.000 italiani ancora oggi migrano ogni anno verso Nord). Ma
anche in termini di diseguaglianze e impari opportunità.
[...]
Oggetti del desiderio
Come è stato raccontato il giorno dopo sul
Messaggero, giovedì scorso una folla di circa
venticinquemila (!) persone ha bloccato il traffico in intere
strade a Nord del centro di Roma con lunghi ingorghi e momenti di
panico, tali da richiedere l’intervento delle forze
dell’ordine. Giovani e meno giovani, tra cui molti
extracomunitari, si erano accalcati fin dall’alba di fronte a
un ipermercato per acquistare prodotti elettronici, soprattutto
televisori e iPhone, a prezzi scontati. Sono le dimensioni del
fenomeno, potremmo dire di massa, la sua composizione,
prevalentemente giovanile e di bassa estrazione sociale, e le sue
finalità, l’acquisto di prodotti costosi e voluttuari
in un periodo di crisi economica e disoccupazione dilagante, a
sollevare qualche domanda sul significato di un simile
comportamento.
Secondo studi recenti, la crisi economica ha determinato nei
principali Paesi occidentali cambiamenti significativi nei
comportamenti dei consumatori, che, preoccupati per il futuro,
avrebbero limitato i loro consumi e spostato il baricentro degli
acquisti verso i beni essenziali. La corsa dei giovani romani
all’acquisto di telefonini e altri prodotti elettronici,
anche se in parte spiegabile con i forti sconti, da questo punto di
vista sembrerebbe piuttosto insensata. I comportamenti di consumo
non seguono tuttavia sempre la logica economica. Naturalmente, in
periodi di crisi i soggetti cercano di ricorrere a strategie
intelligenti per ridurre le spese, approfittando delle promozioni,
recandosi più spesso nei discount e negli outlet o a
comprare direttamente dai produttori. Ma la crisi non annulla una
delle motivazioni di fondo del consumo, che resta quello di
presentare a sé e agli altri un’immagine positiva, di
comunicare una posizione sociale acquisita a cui non si vuole
rinunciare. A volte, non di rado, si preferisce ridurre la
quantità e soprattutto la qualità dei consumi
alimentari, pur di non privarsi di certi acquisti o comportamenti
che incidono sullo status, almeno quello apparente.
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Il paradosso della gauche
La Francia è spesso presentata come un Paese che, al pari
dell’Italia, conosce una forte crisi della sua democrazia e
dove i cittadini sembrano essere sempre meno interessati alla
politica. Le primarie socialiste che si sono appena svolte
permettono di sfumare una simile posizione. Il Partito socialista
era piuttosto reticente a organizzarle poiché non
appartengono alla sua tradizione, ma si è infine persuaso
grazie a esperti e personalità varie che hanno studiato da
vicino l’esperienza americana e quella italiana.
Nell’impossibilità di regolare dall’interno la
delicata questione della sua leadership, alla fine il partito ha
optato per le primarie. Convinto sino a ieri che il suo campione,
Dominique Strauss-Kahn, non avesse rivali pericolosi, aveva
valutato che il rischio di scontri tra diversi concorrenti fosse
molto limitato. Tra lo scetticismo generale, a dispetto della
debolezza dei suoi mezzi (i socialisti non sono più di
130.000) e della sua inesperienza in materia, si è poi
lanciato in questa avventura. La defezione di Strauss-Kahn, in
seguito all’inchiesta giudiziaria di cui è stato
oggetto negli Stati Uniti, ha modificato la sostanza delle
primarie. Invece di rappresentare una sorta di “liturgia di
conferma” , si sono trasformate in un’arena di
confronto tra sei candidati. La grande copertura mediatica di cui
le primarie hanno beneficiato ha suscitato l’interesse
dell’opinione pubblica. Più di 2.600.000 persone hanno
votato al primo turno, e quasi 3 milioni al secondo: cifre assai
importanti per la Francia, dove i partititi sono scarsamente
radicati.
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