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Note
L'urgenza della politica
Le ultime settimane dell'anno che l’Italia ha attraversato
hanno suscitato e suscitano lo stupore degli osservatori stranieri.
Fino a ottobre, la maggior parte delle grandi capitali dell'Unione
europea considerava il Paese come uno dei malati del continente, a
causa delle pessime performance economiche, dello stato delle
finanze pubbliche e di un presidente del Consiglio dalla
credibilità sempre più fragile. Ma poi, grazie a uno
dei “miracoli” cui ci ha abituati, Silvio Berlusconi ha
ceduto il posto a Mario Monti e alla sua squadra di professori ed
esperti.
Così, ora, l'Italia raccoglie elogi. Angela Merkel ha
smesso di considerarla come il peggiore scolaro dell'Eurozona. A
Nicolas Sarkozy è venuto in mente che Roma potrebbe giocare
un ruolo nei progetti europei della Francia. Insomma, è
bastato qualche giorno affinché l'Italia ritrovasse un'aura
scomparsa da molto tempo, anche se al prezzo di una manovra
particolarmente dura. Tuttavia questo repentino capovolgimento di
immagine non può certo rimuovere molti e seri motivi di
perplessità.
L'insediamento del governo Monti ha confermato un'insolita
disposizione da parte della Repubblica italiana. Da tempo le
élite hanno iniziato a disconoscersi reciprocamente; e solo
quando il Paese si è trovato sul bordo del precipizio si
sono rivelate capaci di inventarsi meccanismi di mediazione
da “grande coalizione” di unità nazionale, senza
però esplicitarla né tanto meno prevederne le
conseguenze.
[...]
Aspettando Godot
Il governo Monti era stato salutato con entusiasmo
dall’opinione pubblica. Quasi tre quarti dei cittadini
vedevano con favore la sua nascita: un record. Dopo quattro
settimane la percentuale è scesa a meno della metà. I
provvedimenti economici, inevitabilmente, scontentano varie fasce
di elettorato, da coloro che assaporavano l’imminente
pensione a proprietari di immobili e soprattutto di seconde case,
da pensionati con 1500 euro al mese a “scudati”
anonimi, e così via. Tassisti e farmacisti invece tirano un
bel sospiro di sollievo.
Su quanto sia rigorosa, equa e pro-crescita questa manovra
sospendiamo il giudizio, in questa sede. Qui ci interessa
soprattutto un altro punto: quanto questo governo si caratterizzi
come alternativa a quello che ci ha preceduto e alla maggioranza
che ci ha (mal)governato per 8 anni su 10 . Il sospiro generale di
sollievo che ha accolto Mario Monti a Palazzo Chigi comprendeva
anche la “liberazione” da un periodo di mistificazioni
e falsità - “ tutto va bene”, “abbiamo i
conti in ordine”, “stiamo meglio degli altri
Paesi” - propalate fino all’estate scorsa. E infatti
una operazione-verità c’è stata quando è
stato ripetuto più volte che stavamo per finire come la
Grecia.
[...]
Buone nuove
Non tutto è nero e fosco come sembra. All’orizzonte
si profila anche qualche buona notizia.
Dopo molto parlare e molto annunciare, infatti,
l’adeguamento alla media europea degli stipendi dei
(numerosi) parlamentari italiani non dovrà più
avvenire, con “urgenza” e “per decreto”. Il
tema, delicatissimo come facilmente s’intende, andrà
invece posto in discussione laddove lo si è sempre dibattuto
e sempre lo si dovrà dibattere: in Parlamento. Saranno le
Camere, e non più, per fortuna, un noioso professore di
economia insieme ai suoi altrettanto noiosi professori circondati
da tecnici, a provvedere, se vorranno provvedere, al taglio delle
indennità di deputati e senatori. Nel modo, nel tempo e nel
quanto che riterranno più corretti e opportuni.
Oppalà.
È quanto previsto da un emendamento del governo (quello
dei noiosi, sempre loro) presentato alle Commissioni Bilancio e
Finanze. E per fortuna. Perché la norma prevista in origine
dal decreto sarebbe stata illegittima, come ci spiegano i
più esperti. Anche per quanto riguarda lo stipendio dei
parlamentari, dunque, l’ultima parola toccherà, come
sempre, ai parlamentari medesimi. Cui il governo ha tuttavia
ricordato, con fermo garbo istituzionale, la
necessità-dovere di equiparare il trattamento economico di
titolari di cariche elettive e dei vertici di enti e istituzioni
pubbliche rispetto alla media degli analoghi trattamenti economici
percepiti dai colleghi europei.
[...]
Le morti degli altri
Accade ogni tanto che un uomo o una donna noti si uccidano, e
che molti se ne scandalizzino, nel senso etimologico del verbo. Uno
skàndalon, un inciampo dell’opinione
pubblica, è stata la morte che Lucio Magri si è dato
in una clinica svizzera, assistito da un medico. Un tale inciampo
fu un anno fa anche il gesto di Mario Monicelli, che salì
all’ultimo piano di un ospedale, si arrampicò a fatica
– lui novantacinquenne – sul bordo di una finestra, e
si gettò di sotto. Non fossero stati famosi, per loro non ci
sarebbe stato rumore mediatico. Certo qualcuno o molti avrebbero
sofferto, o avrebbero provato rancore, e forse anche –
perché no? – simpatia. Così reagiamo di fronte
al suicidio: coinvolgendo noi stessi in quel gesto ultimo, sia che
lo si rifiuti con rabbia, sia che lo si accolga con pietà.
Invece, non (solo) di coinvolgimento si è trattato, ma
(anche) di scandalo per Monicelli e per Magri. E per questo ancor
più che per quello. Chissà, forse c’è
chi non perdona loro, uomini pubblici, di rendere dolorosamente
evidente la più radicale e privata delle questioni: di chi
è la mia morte?
A leggere i commenti seguiti al suicidio del fondatore del
«manifesto» sembra che proprio la sua privatezza non
sia stata rispettata. Contro ogni pur formale pietà,
qualcuno si è cimentato in un funereo narcisismo: io avrei
fatto, io non avrei fatto…
[...]
La Repubblica dello spread
Quanto tempo ci vorrà per abituarsi al tormentone sui
differenziali tra Bund tedeschi e Btp italiani? Ci abituiamo a
tutto, e dunque ci abitueremo anche a questo. Sempre che nel
frattempo l’amato sistema-Paese non crolli definitivamente,
insieme al fondale macroeconomico che ha accompagnato le nostre
giornate tra casa, scuola, ufficio e spesa
all’ipermercato.
Eppure, nella sua drammaticità, anche la tragicommedia
europea che va in scena da qualche settimana sui teatri della
politica e della finanza mondiale può rappresentare uno
spunto utile per qualche riflessione para-economica. Al limite
della costruzione parabolica da rapporto Censis, le cui analisi
prospettiche ci aspettiamo da qui a pochi giorni. Perché il
nostro è davvero il Paese dello spread, da tutti i punti di
vista. La Repubblica fondata sul lavoro e, in subordine, su molti
altri ideali attuali e pienamente condivisibili ma tristemente
disattesi ogni giorno. La Repubblica delle differenze e dei
differenziali. Tra Nord e Sud, dato ovvio e ormai universalmente
accettato. Tra lavoro garantito e lavoro cercato disperatamente e
mai trovato, se non a condizione impietose. Tra generazioni
garantite e nuove generazioni senza garanzie. La Repubblica dove da
molti anni vengono pubblicati periodicamente rapporti che
raccontano come si sia ampliato e si continui ad ampliare il
divario tra chi ha sempre meno e chi ha sempre di più. Tra
chi continua ad avere, nonostante tutto, qualche opportunità
di conoscenza, di formazione, di crescita culturale e chi invece
nasce in partenza con un ritardo ereditato dalla famiglia e dal
gruppo sociale di appartenenza difficilmente colmabile.
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