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Note
Una sindrome europea?
Riformare il sistema pensionistico si sta rivelando difficile in
tutta Europa. Ma in Francia la riforma lanciata dal presidente
Sarkozy – che mira, tra l’altro, a far slittare
progressivamente l’età pensionabile da 60 a 62 anni e
l’età della pensione definitiva da 65 a 67, a
condizione di avere 41,5 anni di contributi (al posto degli attuali
40,25) – ha innescato una mobilitazione di portata molto
vasta. Avviata in primavera, la protesta si è infatti
prolungata fino a oggi. Se gli scioperi sono stati relativamente
poco partecipati, salvo in determinati settori (trasporti
ferroviari e urbani, petrolchimico, autotrasporti), le
manifestazioni sono state invece massicce. In autunno, si sono
mobilitati gli studenti delle scuole medie superiori, seguiti dagli
universitari: sono scoppiati scontri anche violenti, cui hanno
partecipato giovani dei "quartieri sensibili" di alcune grandi
città, come Lione e Parigi. L’opinione pubblica ha
ampiamente sostenuto i sindacati e condannato non il principio
della riforma in sé ma questa riforma.
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Paralisi e protesta sociale
La questione salariale è la grande assente del dibattito
politico. Una quantità ormai debordante di analisi,
provenienti dalle sedi più autorevoli, dall’Ocse alla
Banca d’Italia, dimostra il calo costante del potere
d’acquisto dei salariati. Negli ultimi anni in Italia si
è verificato uno spostamento “rivoluzionario” di
capacità di reddito dal settore del lavoro dipendente a
quello del lavoro autonomo. Grazie alla gestione tremontiana del
changeover tra lira ed euro, coloro che “potevano fare i
prezzi” hanno accumulato uno straordinario vantaggio
competitivo sui percettori di redditi fissi. E negli anni
successivi nulla è stato fatto per riequilibrare il potere
d’acquisto dei salariati. Con il risultato che già
prima della crisi operai e impiegati hanno visto erodere
significativamente il loro livello di vita. Poi, scoppiata la
crisi, tutti sono stati coinvolti:
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Cominciare dalle famiglie numerose e più povere
Meno tasse?
La riforma fiscale è uno dei cinque punti su cui il
presidente del Consiglio ha recentemente chiesto la fiducia in
Parlamento ed è tra le priorità indicate nel
confronto sulla crescita avviato fra le parti sociali la scorsa
settimana. C’è da augurarsi che sia la volta buona,
perché di tanto in tanto, come un fiume carsico, il tema del
fisco riappare nell’agenda politica, con tanto di
annunci e promesse di un’ampia consultazione nel Paese, salvo
poi scomparire subito dopo.
Nella pratica, fino ad ora da parte del governo non sono venute
proposte. Quelle poche che man mano sono emerse sono deludenti: a
partire dalla cedolare sugli affitti, che premia i proprietari di
immobili, o dalla detassazione di alcune componenti del salario,
tra cui i premi di risultato e il lavoro notturno, che rischia di
segmentare i lavoratori ed erode ulteriormente la base imponibile
dell’Irpef, più che stimolare la crescita della
produttività. Oltre a interventi sporadici e discutibili di
questo tipo, altri si presentano di difficile o impossibile
attuazione, ad esempio la riduzione dell’Irap, con onere a
carico delle Regioni (a cui intanto si tagliano i fondi), o il
tentativo di attrarre le multinazionali a investire nel nostro
Paese consentendo loro di adottare il sistema tributario che
preferiscono (tra quelli vigenti in uno dei 27 Paesi dell'Unione
europea).
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Rom a Milano
A prova di vergogna
Ci sono uomini e sottouomini, «Untermenschen», per
usare una parola che andava di moda attorno alla metà del
secolo scorso. Ora accade a Milano. Ma quella dell’ex
capitale morale non è un’esclusiva (Nicolas Sarkozy
insegna). Quando si tratta di Rom o di Sinti – di zingari,
per dirla secondo la Weltanschauung del Maroni Roberto, del Salvini
Matteo e di milioni di altri “uomini superiori”
–, quando si tratta di loro, dunque, tutto ci pare lecito,
dai pogrom scatenati in nome della legalità
all’esclusione sistematica dei loro figli dalle scuole. Ora,
appunto, accade (di nuovo) a Milano. Il fatto è chiaro.
Utilizzando fondi messi a disposizione proprio dal ministro
dell’Interno, il comune si era impegnato a consegnare ad
alcune associazioni di volontariato 25 appartamenti sparsi per la
città, che poi le associazioni avrebbero dato in uso –
a rotazione, e non a titolo gratuito – ad alcune famiglie
Rom.
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Il Pasticcio di Adro
Il Pasticcio di Adro – espressione ormai idiomatica, come
la Disfida di Barletta – ci riserva ogni giorno nuove
sorprese. La simpatica vicenda della scuola pubblica decorata con
settecento Soli delle Alpi, per non parlare del crocefisso
inchiavardato alla parete, riempie ormai intere pagine web.
Particolarmente fotografato lo zerbino della scuola,
anch’esso decorato del glorioso simbolo padano: con intere
comitive di studenti, s’immagina, che vengono anche da fuori
regione a pulircisi voluttuosamente le scarpe. Mancano invece
notizie sui bagni della scuola: ma per arrivare a settecento,
qualche Sole delle Alpi devono avercelo messo anche lì. Un
bel progresso, rispetto alla scuola di un tempo. Una volta, a
disegnare sui muri svastiche, cuori infranti e oscenità
varie dovevano pensarci gli studenti; oggi, invece, ci pensa
direttamente l’amministrazione comunale.
Ma il protagonista indiscusso della vicenda è lui, il
sindaco di Adro Oscar Danilo Lancini, a guida di un monocolore
leghista eletto con il sessantadue per cento dei voti. In tempi di
personalizzazione della politica, ci si può limitare a
parlare del peccato avendo a disposizione un peccatore del
genere?
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