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Note
Auguri, Italia!
Stelle di Natale, slitte trainate da renne, Santa Klaus vestito
di rosso, giochi pirotecnici, champagne per brindare al nuovo anno:
queste son le cose che ci vengono in mente quando viviamo le
festività natalizie e di fine anno. Ma in Italia “il
governo del fare”, impegnato in una titanica opera
riformatrice, ha posto all’attenzione dell’opinione
pubblica, in questo scorcio finale del 2010, una tematica di
rilievo: i giochi di prestigio. L’esempio più alto
è stato fornito dalla vicepresidente del Senato, esponente
della Lega, la senatrice Rosi Mauro, durante il dibattito sulla
legge Gelmini di riforma dell’Università. La senatrice
Mauro deve avere una non piccola parte di sangue napoletano (e
fors’anche marocchino) nelle sue vene. In fondo siamo tutti
un po’ meticci. E così nel presiedere quella seduta ha
tratto spunto dal gioco delle tre carte, reinterpretandolo
creativamente e trasformandolo nel gioco dei sette emendamenti.
Carta vince carta perde è così diventato
“emendamento approvato emendamento respinto”.
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Alieni dalla politica
Il tema dell’identità nazionale italiana non
può prescindere dal momento fondativo dello Stato. È
nella seconda metà dell’Ottocento che prendono forma
alcuni caratteri costitutivi rimasti impressi nella dimensione che
potremmo definire dello spirito pubblico nazionale. L’Italia,
come è noto, nasceva inglobando al proprio interno
linguaggi, interessi e culture tanto eterogenei quanto polverizzati
in una miriade di orgogliosi localismi che non si percepivano tali.
Questi aspetti mantenevano una parte considerevole della spinta
centrifuga originaria, pericolosa in quanto il nuovo Stato si
presentava con evidenti limiti di legittimazione politica dei nuovi
ordinamenti.
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La crisi si allarga
Le violenze che hanno infiammato il centro di Roma il 14
dicembre scorso, lo stesso giorno in cui Silvio Berlusconi è
riuscito a salvare il proprio governo, hanno colpito
l’opinione pubblica italiana, alimentato sospetti su
eventuali provocazioni della polizia e fatto riapparire lo spettro
degli anni di piombo. Eventi che devono essere inseriti in un
contesto europeo. Ovunque i governi di destra (in Francia, in Gran
Bretagna, in Italia o in Germania, nonostante, in
quest’ultimo caso, le notevoli performance economiche) e di
sinistra (in Grecia, in Spagna e in Portogallo) hanno adottato
preoccupanti programmi di rigore e austerità. Per sanare i
conti pubblici, si tagliano le spese dello Stato, comprese quelle
legate all’educazione e, più in generale, al Welfare.
Che si tratti di settori particolarmente cari agli europei,
poiché costituiscono due dei pilastri della loro comune
identità, è fuori di dubbio. Ma allo stesso tempo
è irrilevante. Per gli europei, già fortemente
destabilizzati dalla crisi finanziaria del 2008, tali misure
restrittive hanno rappresentato un vero e proprio shock.
Poiché stanno sobbarcandosi il costo della crisi, in molti
è forte la percezione di un profondo sentimento di
ingiustizia, soprattutto a fronte degli elevati salari e delle
grandi indennità che banchieri e trader continuano a
percepire.
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(S)fiducia e protesta
Berlusconi ha vinto su tutta la linea: ha ottenuto la fiducia,
ha attratto dalla sua parte cani sciolti e transfughi, ha sconfitto
Fini e ne ha azzoppato il progetto. Una vittoria su tutta la linea
che è sbagliato sminuire o ridurre a “vittoria
aritmetica”. Su questo scontro si giocava non solo la
continuità di un governo o la durata della legislatura,
bensì il futuro del sistema partitico italiano. Una
sconfitta del Cavaliere avrebbe rimesso in moto la politica:
avrebbe scongelato il centrodestra ibernato dalla presenza
dominante, e agghiacciante, del presidente del Consiglio. Ora,
fallito il disegno di una implosione del PdL, non ci sono
più argini alla capacità attrattiva di Berlusconi. La
vittoria ha un profumo inebriante anche in politica. Coloro che nel
PdL mugugnavano rientrano nei ranghi allineati e coperti (e un
po’ codardi).
I centristi dell’Udc non resisteranno più di tanto
alle sirene del Cavaliere. E per Futuro e Libertà il domani
è nerissimo. Il ritorno all’ovile pidiellino da parte
dei suoi parlamentari si preannuncia massiccio perché Fini
non offre più né garanzie né prospettive. Del
resto, la sfida era senza vie d’uscita.
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Salvare il 5 per mille?
La legge di stabilità sta concludendo il suo iter
parlamentare. Nonostante le proteste, per ora sembra essere
confermato il drastico taglio, da 400 a 100 milioni di euro, del 5
per mille a favore di volontariato e ricerca. Tremonti, in ogni
caso, rassicura: i 400 milioni del 5 per mille verranno
reintegrati. Rivendicando orgogliosamente la paternità del 5
per mille, lo stesso ministro ricorda l’intervista al
"Corriere della Sera" del 9 novembre 2004, dove presentò
l’idea, definita “rivoluzionaria, non tanto
perché ibrida nuovo e vecchio, filantropia e
sussidiarietà, quanto perché rompe il monopolio della
politica, trasferendo quote di potere e responsabilità dallo
Stato alla società”.
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