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Identità italiana
Il ministro e quei meridionali cialtroni
Le cronache sono piene di interventi del ministro Tremonti;
sempre in primo piano: per l’autorevolezza della fonte, per
l’acume del personaggio, per l’importanza dei temi
trattati, per lo stile, molto forte, con cui spesso si esprime.
Seguirli e commentarli non è facile. Perché il
ministro cambia spesso opinione. Non che ci sia nulla di male,
naturalmente; l’attualità offre occasioni per rivedere
le proprie posizioni. Ma certamente colpiscono i mutamenti
repentini, di visione e di impostazione di Tremonti su molte grande
questioni, dall’Europa all’intervento pubblico
nell’economia.
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Una giornata particolare?
Quale sarà, nel XXI secolo, il futuro della Festa della
Mamma? E soprattutto ci sarà un futuro? A spingere al
pessimismo, almeno in Italia, vi sono da un lato lo statuto ambiguo
della celebrazione ricevuto in eredità, dall’altro la
stanca ripetitività che caratterizza i preparativi dei
festeggiamenti, quest’anno come gli anni passati.
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L’assassinio, qualcosa da evitare
In frasi come “Non possiamo sparare, per ora”
(Castelli) e “Si possono usare anche le armi”
(Speroni), quello che resta sfocato è il soggetto. Noi chi?
Chi è il noi che dovrebbe, materialmente, sparare?
Chi è il si che potrebbe usare le armi? Risposta: i
militari italiani; o la guardia costiera; o la polizia italiana.
Certamente non il senatore Castelli, né l’eurodeputato
Speroni. Non ci sono loro dietro quei pronomi: dell’omicidio
s’incaricherebbero altri.
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L'intellettuale collettivo
Quale cifra, quale stile, quale Leit-motiv,
contrassegnano una rivista – “di cultura e di
politica” – come “il Mulino” che compie
sessant’anni, e che ha attraversato la prima e la seconda
repubblica, da De Gasperi a Berlusconi? Domanda non facile, tanto
più che si tratta di una rivista che ha conosciuto molte
forme, molte cadenze, molte direzioni e redazioni, molte rubriche,
molti interessi;
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Il giorno della Liberazione
Quando Bologna fu liberata e finivano la guerra e
l’occupazione tedesca, non avevo ancora compiuto diciotto
anni. Quante cose sono avvenute dopo, importanti nella mia vita; e
quante pagine di storia in comune con i miei contemporanei ho
sentito di vivere: grandi, bellissime o inquietanti, anche
vergognose. Non voglio mitizzare il 21 aprile 1945: e tuttavia
«quel giorno» resta uno dei ricordi più intensi,
qualcosa di cui mi nutro e che sono fiero di sentire vivente dentro
di me.
Liberazione: la parola era già in uso, nella sigla
militante dei Comitati di Liberazione Nazionale, ma
l’esperienza fatta con la liberazione di Bologna, seguita in
pochi giorni dalla fine di tutta la guerra, ebbe un significato
esistenziale più forte e generale. L’aggettivo
«nazionale», ad esempio, sinceramente, io non lo
sentivo affatto in primo piano; così come restarono per me
sullo sfondo altri elementi «ideologici»,
preoccupazioni di parte, sociale e politica, che pure si
avvertirono subito attorno a noi
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