La parola ai lettori
Questa sezione raccoglie gli ultimi commenti agli articoli del sito e della rivista, organizzati per fascicolo o per rubrica.

Lettere internazionali
Daniela De Palma
Ogni nazione possiede storicamente un "corpus" fatto di usi, costumi e tradizioni che in maniera più o meno scoperta ne regolano la vita di tutti i giorni. La crisi di quest'epoca è simboleggiata dalla riduzione a semplice pratica "esteriore" di quello che un tempo risultava "interiore". Senza voler fare inutile retorica sui bei tempi andati, nel caso del sumo giapponese disciplina millenaria, fusione di corpo e spirito, questi è oggi scosso da scandali legati alla corruzione e alla compravendita degli incontri. In un paese come il Giappone che ha fatto del culto della tradizione una forma quasi fanatica in alcune epoche, per poi ripiegare su una visione più tranquilla e conservatrice, ciò intacca uno dei "totem" tradizionali della società nipponica.
Inserito il 03-09-2010, alle 09:18 da Federico Testadura
Francesca Marchetta
Diventato indipendente il 6 marzo 1957 con in aggiunta l'abolizione del vecchio nome di Costa d'Oro, il Ghana è un'ex colonia britannica per la quale era stato previsto,come per le altre colonie di Sua Maestà, un lungo tempo di decolonizzazione. Ma il progetto fallì per una serie di motivi: 1) I sistemi federali adottati esasperarono le mai sopite lotte tribali; 2) I tentativi di federazioni di più paesi con a capo minoranze europee caddero visto che il modello adottato era troppo simile al regime dell'apartheid in Sudafrica; 3) La Seconda Guerra Mondiale prostrò le finanze inglesi non permettendo gli investimenti gli investimenti politico-economici sperati nell'area; 4) La nascita di movimenti nazionalistici che accellerarono bruscamente la decolonizzazione (in Ghana vi fu quello di Kwame Nkrumah). Ora, allo stato attuale, la fame di risorse naturali che investe il pianeta e soprattutto attori tradizionali (Europa, Usa, Russia) ma in particolar modo nuovi protagonisti (Cina, India, Brasile, ecc.) può mettere seriamente a rischio anche i più fragili equilibri di paesi con alle spalle una recente tradizione democratica. Le materie prime possono diventare una maledizione per questi popoli come alcuni casi storici ben documentano (uno dei più famosi è il saccheggio dello Zaire, l'ex Congo Belga).
Inserito il 02-09-2010, alle 18:01 da Federico Testadura
Gregorio Baggiani
All'articolo,molto esauriente, aggiungo solo che il simbolo del potere in Russia è l'aquila a due teste che simboleggia i due continenti (Europa ed Asia) dov'è situato il paese e l'eguale importanza geopolitica di entrambi per il Cremlino.
Inserito il 01-09-2010, alle 18:26 da Federico Testadura
Sotto la lente
Laura Sartori
Non c'è dubbio che le infrastrutture giochino un ruolo cruciale per lo sviluppo e - soprattutto - per la diffusione di Internet e di altre tecnologie. Costi contenuti e (reale) velocità di navigazione rendono la Rete attraente per un pubblico più ampio (cfr. dati Oecd sui prezzi di connessione). Tuttavia, la pura disponibilità tecnologica non garantisce e non "spinge" ad un suo uso effettivo. Molto incidono fattori culturali e cognitivi, perché gli individui "adattano" e non semplicemente "adottano" una tecnologia nella loro vita quotidiana.
Prima che si parlasse Mobile Internet, l'Italia già primeggiava per numero di cellulari rispetto a quelli dei pc in casa: e non solo per motivi legati ai costi. Prima della convergenza tra computer e cellulari quali piattaforme per Internet, computer e cellulari offrivano servizi e funzioni diverse. Oggi, se mi accontento di un uso abbastanza elementare (informazioni e email, per esempio) di Internet e ho già un cellulare, perché dovrei dotarmi anche di un computer? Io ho comunque accesso ad Internet, ma chi non è "interessato"? 
E' bene ricordare che l'evoluzione tecnologica (nuovi canali di accesso ad Internet o il broadband) non garantisce una riduzione del divario digitale e che i ritardi accumulati continueranno a pesare. 
E non è solo lasciando agire le forze di mercato che si risolveranno le drammaticamente basse percentuali di accesso a Internet in Italia.
Inserito il 02-09-2010, alle 12:29 da Laura Sartori
Umberto Romagnoli

Resta il fatto che anche il precedente costume sindacale e politico si basava su presupposti consolidati di alterità fra Destra e Sinistra, fra capitale e lavoro, mitigati dal magmatico e clientelare adattamento della D.C., partito di Centro, ora con evidenziazioni a destra, ora  a sinistra. La spinta della CGIL e del P.C.I. si ammortizzavano contro il muro di gomma di questo modello politico e sociale, che era anche quello delle pensioni precoci e di quelle di invalidità, intese come sostegno al reddito. Questa è stata la genesi delle "dure lotte" e dei "diritti acquisiti". Nel dopo guerra, per mezzo degli aiuti nord americani, concordati con l'estromissione del P.C.I. dal Governo ed in assenza  di garanzie contrattuali e sindacali che non causassero una pura e scoordinata protesta, conoscemmo "il miracolo economico" che oggi tocca alla Cina e all'India. Fu negli anni '70, sulla scorta della contestazione ideologica di una neo-borghesia studentesca, con appendice operaia, che, dopo un decennio "congiunturale", riprese la contestazione al sistema economico, ma soprattutto politico. In quegli anni, la C.G.I.L. assunse un potere crescente e influenzò gli accordi economici più significativi, in un contesto di Paese di frontiera e di cotrapposizione fra blocchi, di cui l'ideologia costituiva lo strumento polemico.  Il venir meno di quell'equilibrio e il manifestarsi di disordinate opportunità economiche per paesi "emergenti", quanto sperequati, ha divelto, dall'89, quanto consolidatosi con collanti non più attuali, fra la nostalgia conservatrice dei lavoratori non più tutelati e le aspirazioni "eversive" della grande industria (Magna Charta di Melfi), risoltesi, per i primi, con i massicci prepensionamenti e l'introduzione da parte del Governo D'Alema (già bombardatore dei compagni Serbi) di sistemi di precariato che hanno già segnato una generazione di lavoratori. Ben si disquisisca, in punta di diritto, su facoltà ed aspettative nell'Italia prima del leghismo compiuto, mentre - in che forme, con che drammi e, soprattutto, con che transeunti esiti, vedremo o vedrà chi sarà attento a questi sviluppi -, la profezia di Marx (proletari di tutto il mondo...) si avvia a nuove realtà, a nuove interpolazioni, mistificazioni ed opposizioni, fino ad una nuova eterogenesi dei fini, dato che dubito molto che i poveri erediteranno la terra.     

Inserito il 02-09-2010, alle 12:28 da Pier Paolo Castellari
Aldo Zargani
I grandi totalitarismi del '900 ci hanno insegnato quanto la vita umana possa essere considerata nulla nel breve volgere di un battito di ciglia e come rapporti umani consolidati da centinaia di anni andare in pezzi per essere sostituiti dall'odio. Lo sterminio di sei milioni di ebrei (a cui vanno aggiunti minoranze, malati, omosessuali, oppositori politici, e così via, perchè l'elenco è talmente lungo da far paura...) rientra nella logica del periodo che portò al secondo conflitto mondiale e prima ancora alle dittature: urlare sempre più forte contro un nemico presunto sul quale scaricare l'ira del popolo per la difficile situazione economica e sociale in modo da avere questo docile come un cagnolino e disposto a fare qualsiasi cosa per accontentare il despota.
Inserito il 02-09-2010, alle 11:27 da Federico Testadura
La nota
Bruno Simili

Ovvero, sdrammatizzando (si fa per dire): un noto impresario di Arcore, con forti  interessi teatrali a  Roma, ha sponsorizzato lo spettacolo di un capocomico grande amico suo, proveniente dalla Libia. L'impresario ha messo a disposizione del teatrante una sala conosciuta in tutta Europa per la qualità degli spettacoli tragicomici e giallo rosa rappresentati e per i frequenti intermezzi di tableau vivants. Lo show dell'attore libico si è inserito perfettamente in questa tradizione.

Inserito il 01-09-2010, alle 20:11 da Renzo Butazzi
Bruno Simili
Il veder circolare copie del Corano, come fosse un vero e proprio strumento di insensata propaganda religiosa, sicuramente, genera sentimenti di indegnazione tra la comunità musulmana che vive in Italia e, al contempo, tra lo stesso "regime della masse" del tanto osannato Gheddafi. Il nostro è un Paese dotato di una carta costituzionale che prevede la libertà di religione e non l'imposizione "velata" e la presunzione di riconoscere e professare anche l'islam; pare, dunque, si stiano dimenticando i pilastri che hanno retto e forgiato nel tempo, la nostra cultura e il nostro modus vivendi. Si tratta di due mondi contrapposti, divisi dal differente approccio e iter politico ma, soprattutto, sociale-religioso; non si dimentichi, poi, che la Libia faceva parte dei noti rogue states, che minacciavano la pace mondiale, mi chiedo, dunque (al di là degli interessi politici che legano i due Paesi) se fosse necessario tutto questo trambusto e le "varie onorificenze" per le visita del già citato "vecchio tiranno". In un futuro prossimo, la cosa migliore sarebbe quella di avviare rapporti politici più discreti senza spettacoli circensi, questo sarebbe il giusto incipit  di una nuova stagione diplomatica. Infine, poichè l'intera agorà economica e politica sta andando a farsi benedire sarebbe meglio concentrarsi e lavorare per ridare vigore al nostro Paese.
Inserito il 01-09-2010, alle 15:00 da Federica Troisio
Bruno Simili
Sono perfettamente d'accordo con le acute osservazioni dell'articolo. D'altronde non nasce dal nulla il detto "Dio li fa e poi li accoppia".
Cordiali saluti e complimenti per il sito
Inserito il 01-09-2010, alle 14:58 da Pietropaolo Resse
Articoli a stampa
Massimo Livi Bacci, Gustavo De Santis
Posso portare una evidenza anedottica, se ce ne fosse ancora bisogno, sulle differenze dei sistemi formativi. Da 2 anni lavoro a Londra, ho 38 anni, e mi sono laureato a 28 in Italia. Nella societa' dove lavoro, a 28 anni la gente ha gia' 5 anni di esperienza ed e' in posizioni senior. Il mio line manager, cioe' il mio superiore diretto, ha 26 anni. Questo ha conseguenze enormi sui tassi di creativita' e di "energia vitale" disponibili alle aziende inglesi.

2 come commenti generali sull'articolo.

1) Volevo sollevare la questione, non toccata nell'articolo se non in modo marginale (la mancanza di differenziale di reddito per i laureati), della domanda di lavoro. E' un po' la questione dell'uovo e della gallina, ma e' rilevante.
In Italia oggi le aziende tendono ad essere molto piccole e quasi il 25% degli occupati e' autonomo. Questa (attuale) struttura del mercato del lavoro (per sua natura?) e' particolarmente restia ad assumere laureati (ad un costo maggiore), come illustrato dall'articolo. Questa situazione cambiera' in futuro? Per effetto di un cambio dell'offerta o della domanda? E come?

2) Una considerazione ancora piu' generale che e' piu' un commento: e' un fatto straordinario come la riduzione delle coorti di giovani, a seguito del calo delle nascite degli anni '70, non ha comportato la riduzione dei tempi di studio dovuta ad un maggior richiamo del mercato del lavoro, in (teorica) competizione per una risorsa piu' scarsa. Questo non c'entra direttamente con l'articolo, ma un po' c'entra. Come mai non e' successo? O, e' successo e non ce ne siamo accorti?
Inserito il 19-08-2010, alle 00:19 da Tommaso Gennari
Valentina Aprea, Alessandro Cavalli

Attorno al tema della valutazione ci sono nel panorama italiano e internazionale voci esperte e il mio è solo poco più di senso comune. Ritengo che attorno a questo tema tra le posizioni di Cavalli e quelle dell’onorevole Aprea ci sia una qualche tensione a mio avviso significativa. A parere di Cavalli, si scusi la semplificazione, la valutazione pare essere un necessario patrimonio da sviluppare, da potenziare, da coltivare, da allestire dentro ma, soprattutto, fuori della scuola, tramite saperi e agenzie esperte. Un recente lavoro di una giovane ricercatrice, Rita Fornari, dal titolo “Valutare si può”, pur riferendosi al mondo universitario, pone in luce le diverse interpretazioni che quasi si fronteggiano nel campo istituzionale e professionale attorno al tema della valutazione. Nei sistemi educativi la valutazione è una procedura da istituzionalizzare, un’azione che dovrebbe essere esterna alle scuole e che a queste si rivolge, ma è anche una pratica professionale interna alle scuole, è una mentalità ma è anche un insieme di sistemi di monitoraggio e di tecniche da condividere. Mi pare invece che la posizione espressa dall’onorevole Aprea guardi alla valutazione più come a una mentalità solo interna alla scuola, una sorta di autodisciplina - anche se lei non mi sembra usi il termine autovalutazione che pure nel dibattito ha tali e tante interpretazione, e ha visto nella pratica tante esperienze. A mio avviso Aprea nel suo discorso fa perno su una sorta di autodirezione valutativa spontanea che le scuole dovrebbero operare, non si capisce come, su loro stesse. Mi incuriosisce che non ci siano nelle parole dell’onorevole espliciti riferimenti a processi reali in atto o da porre in essere. Ho la sensazione, forse errata, che nelle valutazioni dell’onorevole Aprea ci sia, in fondo, un’idea come di una “mano invisibile”, una forza propria del “mercato educativo” come soluzione per migliorare la scuola. La trasformazione possibile, secondo tale visione,  è estremizzata ma e per rendere evidente ciò che voglio dire, dovrebbe essere frutto della “competizione naturale” tra le scuole. Certo, se interpreto bene, questa è una bella tentazione ma forse troppo rischiosa per una scuola come quella italiana che ha già notevoli scarti in termini di equità delle opportunità in campo educativo. Tornando più specificatamente alla valutazione questa, come molti sanno meglio di me, ha una storia di qualità, anche nelle scuole italiane così denigrate, e mi auguro che l’onorevole possa presto esplicitare le forme e i modi di cosa lei e gli altri che con lei condividono il suo progetto intendono per valutazione. Altri, negli anni, si sono espressi sul tema e la valutazione ha tali e tante epistemologie (misurazione, monitoraggio, riflessività, e così via) che è forse necessario esplicitare le posizioni di partenza. La valutazione non è un fatto oggettivo, un armamentario pronto da utilizzare, è, come sappiamo bene (anche per quanto riguarda l’Università), una controversa  costruzione sociale, tutta da verificare  e come tale dovrà essere progettata, resa operativa e condivisa.

L’altra questione davvero cruciale posta da Cavalli è quella dei docenti. La scuola italiana (come ogni generalizzazione questa mia è ingenua e poco incisiva…) ha un corpo docente mediamente troppo vecchio, altamente, forse troppo, femminilizzato e poco retribuito in confronto agli altri paesi. Alcuni dei docenti però – molti, da quanto testimoniano le ricerche fatte nell’ultimo decennio - sono anche cambiati. Dall’Autonomia in poi i docenti svolgono diversi ruoli: funzioni strumentali, staff alla direzione, esperti di progetti europei, esperti di progettazione. I docenti, insomma, sono usciti dall’aula, sono dovuti andare oltre la loro privata pratica didattica, sono “costretti” a cooperare con i colleghi, con gli allievi e con le famiglie. Certo i docenti sono sopraffatti da più spinte, da un decennio di riforme, dai giovani - che per lo più non capiscono -  e i docenti che lavorano come precari vivono una professione senza un vero ruolo e sono già stanchi: prima di entrare stabilmente nelle istituzioni, sono già socialmente provati. Negli anni 90 abbiamo condotto diverse indagini e abbiamo trovato docenti pronti a riflettere sulle sfide. Ci sono docenti che si mettono in gioco, poi altri che non lo hanno mai fatto e che aspettano solo di uscire dai giochi e, infine, ci sono quelli che vorrebbero entrare nel sistema ma hanno come progetto, imposto, solo l’attesa e il lavoro da professionista precario. Tali pressioni producono una sorta di autoreferenzialità professionale, ma addirittura individuale. Ogni docente ha se stesso come problema e come obiettivo e finisce per perdere di vista l’obiettivo comune: fare degli allievi migliori, capaci di apprendere, capaci di dare valore all’esperienza educativa (e questo non solo nei buoni licei classici, ogni scuola deve pretendere di avere buoni allievi!). Faccio ogni anno un lavoro di gruppo con i miei studenti di sociologia dell’educazione a partire da un documentario di pochi anni fa, “a scuola” di Leonardo di Costanzo (ha vinto al festival di Venezia nella sezione documentari), che ci porta in una scuola di Napoli. I docenti si sono rivisti  nel documentario insieme al regista e guardandosi hanno detto: “abbiamo fallito”. I docenti in Italia per lo più falliscono anche quando tentano di lavorare. Ma dove c’è la crisi c’è anche la possibilità di cambiamento. Bisogna rimettere i docenti al centro della scuola, bisogna mettere i docenti bravi al centro della scuola, e ce ne sono. I rischi della riforma, come gli esperti sanno bene, sono la produzione di paradossi: disorientare i docenti capaci, metterli sotto pressione, caricandoli di procedure e di non senso, allontanarli dalle proprie motivazioni. La formazione dei docenti è tema strategico. Il fallimento delle SISS non deve, non può, essere il fallimento della formazione docente. Quel tipo di esperienza va ripensata in senso didattico, selettivo, va ripensata come progetto istituzionale strategico e credo che l’Università possa dare un suo contributo. La scuola è un tema di interesse per molti esperti del mondo universitario, per sociologi, psicologi, pedagogisti, scienziati in genere. Negli ultimi dieci anni scuola e università hanno imparato a cooperare e tale patrimonio non sarà disperso.

Sulla questione della selettività e del suo rapporto con la qualità dell’istruzione, penso che questo sia davvero un tema per una speciale attenzione. Noi non sappiamo più veramente se abbiamo una pessima scuola o una buona scuola. Il giovane ricercatore Orazio Giancola, con il suo recente lavoro su performance educative e diseguaglianze, ci aiuta a guardare alla varietà della qualità interna della scuola italiana. Abbiamo una scuola “a macchia di leopardo”, buoni e pessimi licei al nord ma buoni e pessimi licei anche al centro e al sud. Una variegata qualità di scuole tecniche e professionali non sono migliorate negli anni. Di certo abbiamo una scuola ancora poco aperta, una scuola dove i test PISA sono insufficienti non solo e non tanto perché le risposte sono sbagliate ma anche perché i ragazzi non sono formati alla forma test. Abbiamo in Italia molte scuole, voglio dire molti docenti e molti dirigenti, ma anche molte famiglie, non capaci di accogliere il cambiamento culturale in atto, abbiamo una scuola troppo poco autonoma, troppo poco responsabile del futuro. Abbiamo una scuola (ma anche un’università) che non sapendo cogliere i mutamenti profondi intervenuti nelle giovani generazioni (insicurezze di ogni tipo, personali e sociali, nuovi media, consumi culturali e così via) preferisce, non sapendo fare molto altro, svilirle e giudicarle. Abbiamo una scuola che si è dotata, con l’autonomia, di nuovi strumenti amministrativi, didattici, organizzativi ma che non è stata ancora capace di tradurre tali innovazioni nelle pratiche didattiche. La qualità didattica dell’autonomia scolastica è incompiuta e sopravvive oggi la tentazione del ritorno al passato: la selezione come metodo di qualità, il merito come retorica e panacea onnicomprensiva. 

 Assunta Viteritti, Dipartimento DIES, Università Sapienza ROMA

 

Inserito il 14-01-2010, alle 23:27 da Assunta Viteritti
Valentina Aprea, Alessandro Cavalli

Ho letto con attenzione lo scambio Aprea-Cavalli, soprattutto per i ripetuti (e largamente condivisibili) riferimenti al tema della valutazione (delle politiche, delle istituzioni educative, degli operatori). Dal 1997 esiste in Italia l'AIV (Associazione Italiana di Valutazione) la quale raccoglie coloro che, per mestiere, si occupano di valutazione di politiche ed interventi pubblici e quindi anche di politiche e di sistema educativo: l'AIV promuove la cultura della valutazione e cerca di diffonderla tra quanti, a vario titolo, sono responsabili della 'cosa pubblica' in Italia. Sono attualmente il Presidente dell'AIV e voglio dire ad Aprea e Cavalli che sui temi sui quali loro si interrogano l'AIV non solo sta riflettendo e cercando di intervenire da qualche anno ma soprattutto è disponibile ad un confronto e ad una progettualità seria e competente. Sarebbe bello che grazie ad una rivista così autorevole come Il Mulino si aprisse sia una discussione sul tema sia un percorso di lavoro comune che facesse fare alla cultura della valutazione dei sistemi educativi in Italia il 'salto' che tutti invocano ma che si fa tanta fatica a costruire. Da parte nostra, quindi, la massima disponibilità e volontà di discutere (faremo il nostro prossimo congresso annuale a Pisa a fine marzo) e di provare a fare qualcoaa di concreto, significativo e visibile.

Alberto Vergani, Presidente AIV

Inserito il 14-01-2010, alle 22:36 da Alberto Vergani
Giorgio S. Frankel

Signor Ruini, ha perfettamente ragione quando dice che Netanyahu è chiaro, anzi è chiarissimo sulle sue posizioni! Non so se rammenta cosa disse il ministro degli esteri Lieberman a tal proposito, riporto perchè è significativo:"In ogni posto del mondo nascono bambini, la gente si sposa e qualcuno muore: quindi non possiamo accettare di congelare completamente gli insediamenti". In altri termini, Israele non ha nessuna intenzione di frenare la "naturale crescita" degli insediamenti esistenti, così la definiscono Lieberman e Netanyahu. Netanhayu è anche chiaro sul fatto che si tratta di un congelamento temporaneo e che sicuramente non riguarderà Gerusalemme. I palestinesi esigono un blocco totale delle costruzioni in Cisgiordania e Gerusalemme est prima di tornare al tavolo dei negoziati di pace. Netanyahu commenta: "Lo stop alla colonizzazione indica che vogliamo la pace..." Pecora nera? No, candido agnello!

Inserito il 09-12-2009, alle 16:05 da desiree burlando
Gianfranco Viesti
L'articolo del prof. Viesti è molto interessante, come i suoi libri. Con dati e argomenti seri dimostra una tesi scomoda, di certo impopolare. Da giovane meridionale emigrato mi permetto di aggiungere il tema delle risorse umane che il Sud perde annualmente, con cifre simili a quelle degli anni 60. Questa volta però con titoli di studio e curricula di alto profilo.
Il futuro del sud non può fare a meno di loro, o parte di loro, ma per far restare al sud i cervelli bisogna smontare dalle fondamenta l'attuale sistema di controllo politico e sociale.

Ancora complimenti al prof. Viesti.

 

Inserito il 30-10-2009, alle 15:53 da stefano ventura
In libreria
Redazione
Seria, completa, rispettosa, equilibrata!
Così giudico questa "Opera" di GIORGIO COSMACINI su un tema tanto delicato. Ho letto parecchi libri di questo Autore, ma questo lo ritengo il più "importante".
Enrico Chiarella
Inserito il 21-06-2010, alle 14:29 da ENRICO CHIARELLA
Redazione
L'effimero che diventa bisogno: diventa indispensabile quel che non lo è, e si confondono i piani delle cose. Probabilmente nel "tempo liquido" delle nostre "vite di corsa" quel che è inconstistente diventa la misura di ogni libertà.
Inserito il 05-10-2009, alle 12:31 da Mara Guarini