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La parola ai lettori
Questa sezione raccoglie gli ultimi commenti agli articoli del sito e della rivista, organizzati per fascicolo o per rubrica.
Tramontata l'epoca della vecchia famiglia italiana in cui si era da cinque persone a salire in un solo nucleo familiare, gli italiani si scoprono soli nei loro rapporti sociali. Mancano servizi sociali di qualità in diverse aree del paese, testimonianza della solitudine in cui versano i cittadini. Sono aumentati i nuclei familiari composti da una persona, diminuite le nascite (con evidenti squilibri futuri che se non compensati pagheremo caro nel rapporto giovani-anziani). Quella italiana è oggi una società basata sul pericolo. Già, ma quale pericolo? Quello che porta verso la povertà, la malattia, ecc. è diventato più probabile di quello che porta ad un buon risultato.
Inserito il 26-11-2009, alle 19:41 da Federico Testadura
Ho sempre pensato che il livello di corruzione in un paese fosse inversamente proporzionale alla ricchezza (pro capite, non a livello di GDP) dello stesso. Come si spiega l'eccezione Italia? Perchè in Italia la corruzione è un fenomeno sociale?
Inserito il 19-11-2009, alle 12:59 da Chicco Resse
La situazione attuale non stupisce, essendo l'Italia probabilmente l'ultimo paese d'europa imprigionato in quella che potremmo definire una sorta di "busto d'acciaio" ereditato dalla guerra fredda che ne distorce da circa un ventennio le prospettive. Quello sul crocifisso è solo l'ultimo fronte (strumentale). Cosa importa se le aule o gli edifici cadano in pezzi ? L'importante è che il crocifisso sia o non sia presente ( a seconda dei punti di vista).Che la religione cattolica abbia un "primato"è sancito dalla Costituzione e dalla storia millenaria della penisola. Ma la globalizzazione impone di dare spazio anche alle altre religoni che chiedono, visti i tempi,maggior tutela. Ma alle volte è meglio dire no o non decidere, invece di dover iniziare una opera di apertura (pericolosa), nei riguardi delle altre fedi che comporterebbe alla fine, inevitabilmente, concessioni di tipo economico rischiando di minare il predominio millenario di Santa Romana Chiesa.
Inserito il 10-11-2009, alle 00:11 da Federico Testadura
Cosa aggiungere? Sanremo 2010 ha dimostrato clamorosamente che la
kermesse è tutto tranne che una banale scemata, al contrario è la
celebrazione suprema, davvero la "messa cantata" di un format che si è
affermato in televisione e nella politica italiana e di cui il
tele-voto rappresenta l'ossimoro estremo, democrazia apparente,
populismo reale (o principesco!). Se poi dovesse trasferirsi nell'agorà
politica, non porterà neppure a un significativo risparmio di denaro
pubblico, come dimostra l'inchiesta di Repubblica di oggi: il tele-voto
è un gigantesco business, l'ennesimo in questa "terra dei cachi" dove
tutto diventa tresche e denaro, le donne sono tangenti, a condurre
Sanremo c'è la "donna cannolo" (come aveva previsto il profeta Elio) e
a noi, disarmati spettatori del naufragio, non resta che canticchiare
"Italia amore mio" perché ci è pure rimasta in testa....
Inserito il 23-02-2010, alle 11:45 da Ida Meneghello
Dobbiamo chiedere aiuto a chi ha 85 anni, forse. Intanto, mentre i dipendenti comunali si aggirano senza arte né parte, increduli, il sito del comune ci spiega come stanno le cose: http://www.comune.bologna.it/dettaglioIpNews.php?newsitemID=5961&channelID=9
Ma non come andrà a finire Inserito il 11-02-2010, alle 15:01 da Marina Dani
Nei periodi di crisi il passato viene sempre ricordato come qualcosa di glorioso, mentre non fu altro che la ricerca di qualcosa di nuovo, di una spinta verso il meglio per milioni di persone passando attraverso lacrime, fatica e sudore. Sulle istituzioni culturali e sociali della città vien da dire per fortuna che ci sono! Servono da supporto, da laboratorio nelle fasi di elaborazione di progetti per rendere più vivibile il territorio dove si vive, da spina dorsale, per dare un senso all'esistenza quotidiana di tanti cittadini e a tenere insieme quel tessuto a cui a volte manca l'ingrediente della politica. Inserito il 04-02-2010, alle 19:27 da Federico Testadura
L'effimero che diventa bisogno: diventa indispensabile quel che non lo è, e si confondono i piani delle cose. Probabilmente nel "tempo liquido" delle nostre "vite di corsa" quel che è inconstistente diventa la misura di ogni libertà.
Inserito il 05-10-2009, alle 12:31 da Mara Guarini
Attorno al tema della
valutazione ci sono nel panorama italiano e internazionale voci esperte e il
mio è solo poco più di senso comune. Ritengo che attorno a questo tema tra le
posizioni di Cavalli e quelle dell’onorevole Aprea ci sia una qualche tensione a mio
avviso significativa. A parere di Cavalli, si scusi la semplificazione, la valutazione
pare essere un necessario patrimonio da sviluppare, da potenziare, da
coltivare, da allestire dentro ma, soprattutto, fuori della scuola, tramite
saperi e agenzie esperte. Un recente lavoro di una giovane ricercatrice, Rita
Fornari, dal titolo “Valutare si può”, pur riferendosi al mondo universitario,
pone in luce le diverse interpretazioni che quasi si fronteggiano nel campo
istituzionale e professionale attorno al tema della valutazione. Nei sistemi
educativi la valutazione è una procedura da istituzionalizzare, un’azione che
dovrebbe essere esterna alle scuole e che a queste si rivolge, ma è anche una
pratica professionale interna alle scuole, è una mentalità ma è anche un
insieme di sistemi di monitoraggio e di tecniche da condividere. Mi pare invece
che la posizione espressa dall’onorevole Aprea guardi alla valutazione più come
a una mentalità solo interna alla scuola, una sorta di autodisciplina - anche
se lei non mi sembra usi il termine autovalutazione che pure nel dibattito ha
tali e tante interpretazione, e ha visto nella pratica tante esperienze. A mio
avviso Aprea nel suo discorso fa perno su una sorta di autodirezione valutativa
spontanea che le scuole dovrebbero operare, non si capisce come, su loro stesse.
Mi incuriosisce che non ci siano nelle parole dell’onorevole espliciti
riferimenti a processi reali in atto o da porre in essere. Ho la sensazione,
forse errata, che nelle valutazioni dell’onorevole Aprea ci sia, in fondo,
un’idea come di una “mano invisibile”, una forza propria del “mercato
educativo” come soluzione per migliorare la scuola. La trasformazione
possibile, secondo tale visione, è estremizzata ma e per rendere evidente ciò che
voglio dire, dovrebbe essere frutto della “competizione naturale” tra le
scuole. Certo, se interpreto bene, questa è una bella tentazione ma forse
troppo rischiosa per una scuola come quella italiana che ha già notevoli scarti
in termini di equità delle opportunità in campo educativo. Tornando più
specificatamente alla valutazione questa, come molti sanno meglio di me, ha una
storia di qualità, anche nelle scuole italiane così denigrate, e mi auguro che
l’onorevole possa presto esplicitare le forme e i modi di cosa lei e gli altri
che con lei condividono il suo progetto intendono per valutazione. Altri, negli
anni, si sono espressi sul tema e la valutazione ha tali e tante epistemologie
(misurazione, monitoraggio, riflessività, e così via) che è forse necessario
esplicitare le posizioni di partenza. La valutazione non è un fatto oggettivo,
un armamentario pronto da utilizzare, è, come sappiamo bene (anche per quanto
riguarda l’Università), una controversa
costruzione sociale, tutta da verificare e come tale dovrà essere progettata, resa operativa e
condivisa. L’altra questione davvero cruciale posta da Cavalli è
quella dei docenti. La scuola italiana (come ogni
generalizzazione questa mia è ingenua e poco incisiva…) ha un corpo docente
mediamente troppo vecchio, altamente, forse troppo, femminilizzato e poco
retribuito in confronto agli altri paesi. Alcuni dei docenti però – molti, da
quanto testimoniano le ricerche fatte nell’ultimo decennio - sono anche
cambiati. Dall’Autonomia in poi i docenti svolgono diversi ruoli: funzioni
strumentali, staff alla direzione, esperti di progetti europei, esperti di
progettazione. I docenti, insomma, sono usciti dall’aula, sono dovuti andare oltre la
loro privata
pratica didattica, sono “costretti” a cooperare con i colleghi, con gli allievi
e con le famiglie. Certo i docenti sono sopraffatti da più spinte, da un
decennio di riforme, dai giovani - che per lo più non capiscono - e i docenti che lavorano come precari
vivono una professione senza un vero ruolo e sono già stanchi: prima di entrare
stabilmente nelle istituzioni, sono già socialmente provati. Negli anni 90
abbiamo condotto diverse indagini e abbiamo trovato docenti pronti a riflettere
sulle sfide. Ci sono docenti che si mettono in gioco, poi altri che non lo
hanno mai fatto e che aspettano solo di uscire dai giochi e, infine, ci sono quelli
che vorrebbero entrare nel sistema ma hanno come progetto, imposto, solo
l’attesa e il lavoro da professionista precario. Tali pressioni producono una
sorta di autoreferenzialità professionale, ma addirittura individuale. Ogni
docente ha se stesso come problema e come obiettivo e finisce per perdere di
vista l’obiettivo comune: fare degli allievi migliori, capaci di apprendere,
capaci di dare valore all’esperienza educativa (e questo non solo nei buoni
licei classici, ogni scuola deve pretendere di avere buoni allievi!). Faccio ogni anno un lavoro di
gruppo con i miei studenti di sociologia dell’educazione a partire da un
documentario di pochi anni fa, “a scuola” di Leonardo di Costanzo (ha vinto al
festival di Venezia nella sezione documentari), che ci porta in una scuola di Napoli. I docenti si sono rivisti nel documentario insieme al regista e
guardandosi hanno detto: “abbiamo fallito”. I docenti in Italia per lo più
falliscono anche quando tentano di lavorare. Ma dove c’è la crisi c’è anche la
possibilità di cambiamento. Bisogna rimettere i docenti al centro della scuola,
bisogna mettere i docenti bravi al centro della scuola, e ce ne sono. I rischi
della riforma, come gli esperti sanno bene, sono la produzione di paradossi:
disorientare i docenti capaci, metterli sotto pressione, caricandoli di
procedure e di non senso, allontanarli dalle proprie motivazioni. La
formazione dei docenti è tema strategico. Il fallimento delle SISS non deve,
non può, essere il fallimento della formazione docente. Quel tipo di esperienza
va ripensata in senso didattico, selettivo, va ripensata come progetto
istituzionale strategico e credo che l’Università possa dare un suo contributo.
La scuola è un tema di interesse per molti esperti del mondo universitario, per
sociologi, psicologi, pedagogisti, scienziati in genere. Negli ultimi dieci anni
scuola e università hanno imparato a cooperare e tale patrimonio non sarà
disperso. Sulla questione della selettività e del suo rapporto con la qualità dell’istruzione, penso che
questo sia davvero un tema per una speciale attenzione. Noi non sappiamo più
veramente se abbiamo una pessima scuola o una buona scuola. Il giovane
ricercatore Orazio Giancola, con il suo recente lavoro su performance
educative e diseguaglianze, ci aiuta a guardare alla varietà della qualità interna della
scuola italiana. Abbiamo una scuola “a macchia di leopardo”, buoni e pessimi
licei al nord ma buoni e pessimi licei anche al centro e al sud. Una variegata
qualità di scuole tecniche e professionali non sono migliorate negli anni.
Di certo abbiamo una scuola ancora poco aperta, una scuola dove i test PISA
sono insufficienti non solo e non tanto perché le risposte sono sbagliate ma
anche perché i ragazzi non sono formati alla forma test. Abbiamo in Italia molte
scuole, voglio dire molti docenti e molti dirigenti, ma anche molte famiglie,
non capaci di accogliere il cambiamento culturale in atto, abbiamo una scuola
troppo poco autonoma, troppo poco responsabile del futuro. Abbiamo una scuola
(ma anche un’università) che non sapendo cogliere i mutamenti profondi
intervenuti nelle giovani generazioni (insicurezze di ogni tipo, personali e
sociali, nuovi media, consumi culturali e così via) preferisce, non sapendo
fare molto altro, svilirle e giudicarle. Abbiamo una scuola che si è dotata,
con l’autonomia, di nuovi strumenti amministrativi, didattici, organizzativi ma
che non è stata ancora capace di tradurre tali innovazioni nelle pratiche
didattiche. La qualità didattica dell’autonomia scolastica è incompiuta e
sopravvive oggi la tentazione del ritorno al passato: la selezione come metodo
di qualità, il merito come retorica e panacea onnicomprensiva. Assunta Viteritti, Dipartimento DIES, Università Sapienza ROMA Inserito il 14-01-2010, alle 23:27 da Assunta Viteritti
Ho letto con attenzione lo scambio Aprea-Cavalli, soprattutto per i ripetuti (e largamente condivisibili) riferimenti al tema della valutazione (delle politiche, delle istituzioni educative, degli operatori). Dal 1997 esiste in Italia l'AIV (Associazione Italiana di Valutazione) la quale raccoglie coloro che, per mestiere, si occupano di valutazione di politiche ed interventi pubblici e quindi anche di politiche e di sistema educativo: l'AIV promuove la cultura della valutazione e cerca di diffonderla tra quanti, a vario titolo, sono responsabili della 'cosa pubblica' in Italia. Sono attualmente il Presidente dell'AIV e voglio dire ad Aprea e Cavalli che sui temi sui quali loro si interrogano l'AIV non solo sta riflettendo e cercando di intervenire da qualche anno ma soprattutto è disponibile ad un confronto e ad una progettualità seria e competente. Sarebbe bello che grazie ad una rivista così autorevole come Il Mulino si aprisse sia una discussione sul tema sia un percorso di lavoro comune che facesse fare alla cultura della valutazione dei sistemi educativi in Italia il 'salto' che tutti invocano ma che si fa tanta fatica a costruire. Da parte nostra, quindi, la massima disponibilità e volontà di discutere (faremo il nostro prossimo congresso annuale a Pisa a fine marzo) e di provare a fare qualcoaa di concreto, significativo e visibile. Alberto Vergani, Presidente AIV Inserito il 14-01-2010, alle 22:36 da Alberto Vergani
Signor Ruini, ha perfettamente ragione quando dice che Netanyahu è chiaro, anzi è chiarissimo sulle sue posizioni! Non so se rammenta cosa disse il ministro degli esteri Lieberman a tal proposito, riporto perchè è significativo:"In ogni posto del mondo nascono bambini, la gente si sposa e qualcuno muore: quindi non possiamo accettare di congelare completamente gli insediamenti". In altri termini, Israele non ha nessuna intenzione di frenare la "naturale crescita" degli insediamenti esistenti, così la definiscono Lieberman e Netanyahu. Netanhayu è anche chiaro sul fatto che si tratta di un congelamento temporaneo e che sicuramente non riguarderà Gerusalemme. I palestinesi esigono un blocco totale delle costruzioni in Cisgiordania e Gerusalemme est prima di tornare al tavolo dei negoziati di pace. Netanyahu commenta: "Lo stop alla colonizzazione indica che vogliamo la pace..." Pecora nera? No, candido agnello! Inserito il 09-12-2009, alle 16:05 da desiree burlando
L'articolo del prof. Viesti è molto interessante, come
i suoi libri. Con dati e argomenti seri dimostra una tesi scomoda, di certo
impopolare. Da giovane meridionale emigrato mi permetto di aggiungere il tema
delle risorse umane che il Sud perde annualmente, con cifre simili a quelle
degli anni 60. Questa volta però con titoli di studio e curricula di alto
profilo.
Il futuro del sud non può fare a meno di loro, o parte di loro, ma per far restare al sud i cervelli bisogna smontare dalle fondamenta l'attuale sistema di controllo politico e sociale. Ancora complimenti al prof. Viesti. Inserito il 30-10-2009, alle 15:53 da stefano ventura
Le ronde non sono state introdotte dalla legge Maroni: esistono già da tempo. Oggi ci sono centinaia di iniziative spontanee e senza controllo su tutto il territorio. La prima legge in materia l' ha fatta la Regione Emilia Romagna nel 2003. La rossa Emilia, in effetti, nel dicembre di sei anni fa - disciplinando la polizia amministrativa locale e la «promozione di un sistema integrato di sicurezza» attraverso la legge regionale numero 24 - ha previsto «l' utilizzazione di forme di volontariato» per realizzare «una presenza attiva sul territorio, aggiuntiva e non sostitutiva rispetto a quella ordinariamente garantita dalla polizia locale» e con il compito di «promuovere l' educazione alla convivenza e il rispetto della legalità, la mediazione dei conflitti e il dialogo tra le persone, l' integrazione e l' inclusione sociale». Oggi, dicono dalla Regione, si contano 1.500 volontari impegnati in 80 Comuni.
Inserito il 28-10-2009, alle 17:26 da Andrea Ruini
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L'articolo è interessante e quasi esaustivo della realtà politica, sociale e soprattutto economica del Cile. L'accostamento con l'Italia di Berlusconi è relativamente azzeccato (direbbe il giustizialista Di Pietro). Ma bisogna che gli intellettuali di sinistra si convincano che il populismo destrorso o sinistrorso che sia è vincente quando la sinistra (specialmente a prevalenza comunista o postcomunista) non riesce a fare i conti con i suoi errori e con la mancanza di progetti e proposte adeguate alla società del terzo millennio. La sinistra italiana, ad esempio, pur imboccando a parole la strada giusta del riformismo, dell'alternanza e del confronto delle idee e dei progetti aderenti ai bisogni reali della gente, resta di fatto prigioniera del massimalismo, della demagogia e del giustizialismo. Una strada che fa impiegare il tempo a demonizzare, criminalizzare e odiare l'avversario di turno (si chiami ieri Craxi o oggi Berlusconi).
Armando