Content Section
|
|
Sono passati quasi due decenni da quando il sistema partitico che ci aveva accompagnato nella ricostruzione, nel benessere e nelle crisi è crollato. È dunque tempo di bilanci: perché una nuova fase sta per aprirsi, nella quale speriamo finiscano per prevalere finalmente la razionalità, il pensiero critico, il pragmatismo. Tutto si può dire di questo ventennio meno che l’Italia abbia fatto passi in avanti lungo questa direzione. Con un moto accelerato ci siamo trovati impastoiati in contrapposizioni politiche sempre più aspre, prive di spessore ideale, e in giochi di specchi e illusionismi vari in cui le crisi non esistono, le cartolarizzazioni risolvono tutto, le «cene eleganti» sono a base di escort e strip-tease, i malandrini assurgono a veri eroi. Quando si scende lungo una deriva di malcostume e di violenza (benché solo verbale) alcuni si trovano a loro agio, altri invece si sentono come pesci fuor d’acqua. In un ambiente rissoso ed emotivo la triade di razionalità, pensiero critico e pragmatismo affonda, non regge il confronto. Sarebbe come far partecipare a una rissa da stadio un azzimato damerino: ne uscirebbe assai malconcio. La fine delle belle speranze La maledizione della nostra storia nazionale sta proprio nel suo perverso «eccezionalismo» Chi ha fatto affidamento per questi vent’anni su un’idea di politica fondata sulle virtù civiche del confronto e del dialogo si è trovato relegato nell’angolo. Le speranze di una «buona politica», risultante dell’incontro tra nuovi partiti e nuovo sistema elettorale, sono naufragate. Non avremmo dovuto stupirci troppo di un esito così frustrante: quanto è avvenuto riflette una tradizione italica di lungo periodo e ben radicata. Eppure, il processo di modernizzazione e di secolarizzazione del secondo dopoguerra poteva avviarci, in linea teorica, su un’altra strada. Perché, tramontati gli ideologismi paralleli con l’inabissamento del comunismo e lo sgretolamento del cleri calismo cattolico, non abbiamo «agganciato l’Europa», come si diceva un tempo? Per quale motivo la «normalizzazione» della politica italiana invocata per più di quarant’anni dalle componenti laiche e riformiste di questo Paese è stata, una volta di più, bloccata? In fondo, la maledizione della nostra storia nazionale sta proprio nel suo perverso «eccezionalismo». Altri possono vantare con orgoglio le loro peculiarità: i britannici possono innalzare con fierezza la loro insularità, reale e figurata, fondata su istituzioni e tradizioni politiche che sono state di esempio per tutti quegli scapestrati di continentali, anche nei tempi bui del trionfo del nazi-fascismo; i francesi possono vantare i loro Lumi, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e il valore dell’eguaglianza e della fraternità; persino i tedeschi, pur marchiati dall’infamia nazista, sono potuti entrare nel nuovo millennio a testa alta grazie alla loro solidità, democratica, istituzionale ed economica. L’Italia, come sempre, può aggrapparsi al suo immenso lascito artistico per menar vanto, ma sul piano civico e politico il suo eccezionalismo è stato – ed è – nefasto. Non dimentichiamo che siamo stati noi a inventare il totalitarismo moderno, nell’accezione di Emilio Gentile; siamo stati noi a elevare la politica a religione; siamo stati noi i primi, sebbene, per fortuna, non i più conseguenti, a idealizzare lo Stato; siamo stati noi a introdurre la violenza politica come modalità non di rottura rivoluzionaria ma di pratica «ordinaria» dell’azione politica. Il fascismo è stato un evento eccezionale fin dal suo apparire; poi ha fatto scuola ed è stato perfezionato altrove. Chiusa quella «parentesi» come disse, sbagliando, Benedetto Croce (altro che parentesi: autobiografia della nazione è stato, come capì subito Piero Gobetti), abbiamo aperto la lunga fase del dominio dei partiti «anti-nazionali» per usare una espressione un po’ forte e forse, a posteriori, non del tutto meritata, per quanto, nel fondo, adeguata. Certo è che le tradizion i politiche del Pci e della Dc erano estranee alla costruzione della nazione. Poi, in corso d’opera, gli atteggiamenti e i presupposti cultural-ideologici di quelle estraneità sono cambiati – benché l’attributo di «partito nazionale» assegnato alla Dc da parte di Agostino Giovagnoli suoni un po’ troppo acuto e, in definitiva, stoni [1] . Del resto, se un cattolico liberale a 24 carati come Arturo Carlo Jemolo scrisse che con il 18 aprile 1948 si era assistito «al trionfo di uno Stato neoguelfo», significa che nel mondo cattolico permaneva un tratto anti-nazionale, magari nascosto e residuale ma pronto ad alzare la testa. (E proprio pensando a questo tratto si comprende il successo del nuovo partito anti-nazionale a tutto tondo, la Lega, nei territori dell’antico predominio democristiano.) La democratizzazione post-bellica ha cercato di superare, metabolizzare, questi handicap genetici. Purtroppo, se ne sono aggiunti altri in corso d’opera, dal terrorismo allo strapotere delle mafie, dallo sviluppo distorto all’essere il luogo di frontiera della guerra fredda e la «portaerei» del Mediterraneo. Il risultato di questi – e tanti altri ostacoli – è stato un sistema politico affannato e imbelle, con un sistema partitico frammentato e polarizzato. Tuttavia una diversa finestra di opportunità si era aperta negli anni Ottanta quando, per la prima volta dal dopoguerra – e forse dall’inizio della politica di massa – la politica italiana ha innescato un processo di «de-radicalizzazione del conflitto». In quel frangente la lunga storia di violenza e di alterità assoluta tra le opinioni e le parti ha invertito il suo corso, complice il «rilassamento» degli animi alla fine della stagione degli anni di piombo. In un classico caso di ex malo bonum, il terrorismo aveva portato a raffreddare quel «fuoco della mente» che James Billington aveva ben descritto descrivendo i rivoluzionari d’ogni risma dell’altro secolo [2] . I segnali di un cambio di Zeitgeist all’alba degli anni Ottanta furono molti e andavano tutti in direzione di un riconoscimento della legittimità dell’avversario politico: in altri termini, del suo diritto di esistenza – e già questo era un passaggio importante rispetto al clima da guerra civile degli anni Settanta. Per accettare la coesistenza delle diversità politiche era necessaria l’introiezione da parte degli attori politici della democrazia quale unico luogo legittimo della politica. Grazie a questa acquisizione molto basic poi i gruppi giovanili posti agli antipodi dell’asse destra-sinistra fornirono i primi attestati di liceità politica. Non solo «Lotta continua» e la «Voce della fogna» argomentarono le ragioni del deporre le armi, ma anche le espressioni più militari dell’estremismo di destra e di sinistra finirono per comprendere che lo spararsi addosso non aveva alcun senso; e, poco dopo, compresero anche, con le buone o con le cattive, che altrettanto (auto)distruttivo era il loro rivolgersi entrambi «contro lo Stato». A questa de-militarizza zione della politica si aggiunse, ancor più importante, il processo di inclusione dei partiti un tempo anti-sistema, Pci e Msi. Processo con velocità e modalità abissalmente diversi ma che aveva bisogno di coinvolgere entrambe le opposizioni anti-sistema per completarsi. La sola inclusione del Pci – tema sul quale sono stati versati fiumi d’inchiostro – avrebbe lasciato il sistema sbilanciato e monco. All’inizio degli anni Ottanta prima i radicali pannelliani poi i socialisti craxiani riconoscono legittimità all’opposizione di destra con la presenza del leader radicale ai congressi del Msi e con gli incontri istituzionali con il gruppo parlamentare missino durante la formazione del suo primo governo (1983) da parte del leader socialista. Poi, nel 1984, i comunisti accettano che venga a rendere omaggio alla salma del segretario Enrico Berlinguer tutto lo stato maggiore missino. Qualche altro passo ancora – anche e soprattutto sul piano culturale – e a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta il sistema, per la prima volta dal dopoguerra, non conosce più opposizioni anti-sistema, né a destra né a sinistra. L’elettorato percepisce ancora una grande distanza tra i vari partiti e colloca il Msi su posizioni estreme. La persistenza di un elevato grado di polarizzazione sistemica nell’opinione pubblica dipende dalla mitizzazione da parte delle élite politiche del cambiamento in corso. Come è noto la rapidità con cui la classe politica modifica e assimila nuovi atteggiamenti non si riflette sull’opinione pubblica. A livello di massa le immagini semplificate con le quali il cittadino medio incanala e interpreta la valanga di informazioni hanno una resilienza molto alta. Quindi prima di accettare e far proprie immagini diverse queste devono essere riproposte molto a lungo e consistentemente, senza inversioni di tendenza. Ad ogni modo, benché l’opinione pubblica rimanga ancorata a visioni del passato, non c’è più traccia di quella esasperazione di toni e di quella tensione continua, e logorante, dei decenni precedenti. In questo clima arriva l’Ottantanove. Il crollo del Muro e del comunismo reale obbliga il Pci a fare i conti con la sua ambiguità esistenziale, cioè con l’aver accettato e persino difeso i principi cardine dell’assetto istituzionale, pur dichiarando la propria alterità al sistema borghese-rappresentativo e la propria irreconciliabilità con la socialdemocrazia. Il penoso processo di affrancamento dall’identità comunista compiuto con la nascita del Pds, nel 1991, porta comunque un altro tassello alla de-radicalizzazione del sistema. La frangia scissionista di Rifondazione non ha la forza, né in certa parte l’ animus , per invertire questa positiva evoluzione sistemica. Una nuova comunicazione politica È questa la cornice entro la quale va inserito il grande cambio del sistema partitico del 1993-94: un decennio di progressiva riduzione della distanza tra i poli estremi ed esclusi, e di metabolizzazione collettiva dei principi fondanti della liberaldemocrazia, a incominciare dalla semplice tolleranza. Questo passaggio non comporta un annebbiamento delle distinzioni e delle contrapposizioni tra i partiti, né tanto meno una cascata di melassa sui vari contendenti. Di bon ton se ne vede sempre poco e lo scontro rimane aspro, benché, finalmente, incanalato lungo i binari normali di ogni sistema democratico maturo. Semmai c’è da segnalare una torsione nei target della conflittualità: questa non si appunta più verso soggetti collettivi, idee o progetti, bensì verso i leader politici. La personalizzazione della politica inaugurata in solitaria negli anni Settanta da quell’ outlier della politica che è stato Marco Pannella entra di prepotenza sul finire degli anni Ottanta. Quando arriviamo alla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi questo terreno è stato ben dissodato. Già Bettino Craxi aveva sconcertato i benpensanti della sinistra con le campagne elettorali incentrate sul suo faccione, peraltro con esiti controproducenti. Per tutti valga il lungo spot girato con un maestro della comunicazione come Gianni Minoli, che, invece di incidere sull’immaginario e quindi mobilitare flussi di empatia, si riduce a navigare tra il risibile, il posticcio e il noioso. Insomma, in quel periodo siamo ancora all’«abc» della personalizzazione della politica. Manca quel livello di professionismo necessario per creare un’immagine vincente: da un lato, i politici sono riottosi a farsi consigliare perché vivono ancora nell’era del comizio e del rapporto faccia a faccia; dall’altro, gli esperti dei partiti (interni o esterni che siano) non hanno autorevolezza e in parte nemmeno capacità sufficienti per intervenire sui leader. In questo vuoto cala, all’inizio degli anni Novanta, Umberto Bossi e irrompe sulla scena con l’arguzia di un novello Bertoldo. La sua scurrilità, unita a una fantasmagorica produzione mitopoietica fatta di riferimenti fantasiosi e di narrazioni astruse, in fondo si ricollega all’antica tradizione delle maschere e della commedia dell’arte. Per questo penetra a fondo nell’opinione pubblica; e lì si radica. Ma è un fenomeno casereccio con tutti i limiti e la forza che ne conseguono; un fenomeno rissoso e rancoroso ; un fenomeno alternativo e sottilmente antisistemico ; un fenomeno che riattiva la contrapposizione noi/loro, che riaccende la fiamma del populismo rivendicativo, che rinfocola la frattura centro/periferia e Nord/Sud. E con a capo un leader «incontestabile». Alla vigilia del grande crollo si è rimessa in moto la macchina della contrapposizione radicale Quindi, alla vigilia del grande crollo, si è già rimessa in moto la macchina della contrapposizione radicale ed escludente; in questo caso il nuovo che avanza, cioè la Lega, si contrappone ai vecchi partiti, associati in un unico magma consociativo, per cui tutti, dai comunisti ai neofascisti, hanno partecipato al sacco delle risorse del nord e all’occupazione e spartizione del potere. Queste invettive sono analoghe a quelle che già da anni provenivano dall’altro polo dell’asse destra-sinistra – dalla minoranza radicale – seppure con riferimenti politico-culturali ben diversi: dall’esaltazione dello Stato di diritto alla difesa delle minoranze, dalla rivendicazione dei diritti civili al rigore istituzionale; e soprattutto con dialogo e non violenza come principi ispiratori. Solo che proprio per queste ragioni non fa presa. La società civile è altrove. Il Carroccio giunge da quell’altrove. Per questo attrae: perché chiede altro e offre un’alternativa altra sia a un’offerta politica usurata (la Dc in declino), sia a un’offerta politica troppo sbilanciata a sinistra, dove peraltro proliferano molte sigle in un moto continuo di scissioni e riaggregazioni. Lo spazio che va dal centrosinistra alla sinistra estrema è affollato, mentre al centro e alla destra c’è il deserto. Questo disequilibrio nell’offerta politica offre la grande chance al neofascismo di Gianfranco Fini (e in seguito a Silvio Berlusconi). Per quegli accidenti rari della storia – che si ripresenteranno pochi mesi dopo con l’arrivo e la vittoria di Silvio Berlusconi – Fini e la sua residua armata nostalgica trovano una finestra di opportunità gigantesca nelle prime elezioni dirette per il sindaco a Roma e Napoli, nel 1993. E da lì usciranno dal ghetto per andare a occupare un ruolo nemmeno immaginato appena pochi mesi prima. Questo imprevedibile e per certi aspetti «sconvolgente» risultato rientra però nel quadro sopra delineato della de-radicalizzazione. Anzi, ne costituisce il compimento e il coronamento. Non solo il successo del Msi e del giovane Fini non suscita quello sconcerto e quella risposta «resistenziale» che solo qualche trinariciuto di ritorno della sinistra estrema in servizio permanente effettivo di antifascismo militante reclama, ma anche perché il successo obbliga – o consente a seconda delle interpretazioni – la classe dirigente missina a un ulteriore passaggio verso il pieno inserimento nella liberaldemocrazia. Ci vorranno ancora molti anni ma la direzione di marcia è segnata e non sarà mai invertita: proseguirà piano e a strappi, ma senza retromarce, a parte alcune scivolate (che pensare infatti della presenza di Fini, persona all’epoca senza nessun incarico istituzionale, nei locali degli apparati di sicurezza durante il G8 di Genova 2001?). Il berlusconismo, la nuova epoca Siamo quindi al momento della discesa in campo del Cavaliere. Fino a quel momento il sistema ha visto la continua convergenza dei partiti tradizionali culminata con il disco verde del Psi craxiano all’ingresso del Pds occhettiano nell’Internazionale socialista. Di questa benedetta convergenza ne ha approfittato un attore esterno come la Lega per porsi in alternativa con temi, linguaggio e stile del tutto incommensurabili ai partiti tradizionali. Mentre le altre opposizioni, ivi compresa quella ormai post-fascista (per non dire dei nostalgici di sinistra raccolti sotto le bandiere di Rifondazione comunista), sono invece interne e non contraddicono nel fondo il bradisismo pro-sistemico degli anni precedenti. Tutto cambia con l’irruzione di Silvio Berlusconi. Così come nella nostra storia politica repubblicana abbiamo avuto l’epoca del centrismo, del centrosinistra, della solidarietà nazionale e del pentapartito, a partire dal 1994 abbiamo quella del berlusconismo. Non si può definire altrimenti il ventennio scarso che ci separa oggi dalla vittoria elettorale, seppur d’un soffio, di Forza Italia alle prime elezioni maggioritarie del 1994. (A rigore alcuni potrebbero suggerire che con il 1994 si apre la fase dell’alternanza tra coalizioni di centrodestra e centrosinistra, il ché è certamente vero; tuttavia non credo sia questo l’elemento che marca, che informa di sé, il periodo in questione.) Al 30 ottobre 2011, con tutta probabilità, siamo all’epilogo di questa vicenda. Ma per capirne le vie d’uscita bisogna ritornare al momento genetico. Qui, ripetiamolo ancora, non teniamo la testa retroflessa verso il recente passato per empatia con i centauri, quanto per comprendere sia quali tratti profondi dell’animo italico il forza-leghismo – ancor meglio del berlusconismo – abbia rivelato e sollecitato, sia quali sommovimenti fossero già in atto, per quanto inavvertiti, nella società italiana, tali da esprimersi poi nel sostegno al nuovo centrodestra. Il primo punto rimanda a una sorta di riflessione da antropologi culturali sul carattere nazionale. Forse è eccessivo identificare, come ha fatto peraltro con arguzia Silvana Patriarca nel suo ultimo libro [3] , in Alberto Sordi il prototipo dell’italiano. Il cinema, come più indietro la commedia dell’arte, offre stupendi esempi per rintracciare le maschere alle quali si attagliano i vari tipi umani, nella quotidianità così come nella politica. E volendo si può risalire ancora più indietro, riprendendo l’affascinante e sorprendente descrizione dei caratteri regionali da Teofilo Folengo o da Flavio Biondo [4] . Questa, però, è una strada impervia ed è meglio prendere una scorciatoia e rimandare ai lavori del massimo tra i nostri antropologi politici, Carlo Tullio Altan. Questa strada è già stata battuta da tanti e fin da tempi lontani: soprattutto vi sono risuonati i lamenti dell’intellighenzia laica: l’Italia è un legno storto, consunto da profonde tare ereditarie a cominciare dal predominio della Chiesa e dalle divisioni politiche. Le «deformità» del nostro (sotto)sviluppo hanno prodotto quell’impasto di faziosità e violenza, di incivismo e familismo, di cortigianeria e aggressività querula di cui sono pieni i pamphlet dei «moralisti» (in senso aulico) a partire da Giacomo Leopardi. In questa sede vogliamo invece ricalibrare il nostro cannocchiale investigativo sul breve periodo, e sui processi e le dinamiche della società italiana negli ultimi decenni. Il punto di flesso, analogamente a quanto abbiamo osservato sul pino politico (l’avvio della de-radicalizzazione), risiede anche in questo caso negli anni Ottanta [5] . Preannunciato dalle indagini a grano fine del Censis di Giuseppe De Rita – ma anche da altri, a incominciare da Gianpaolo Fabris –, in quel periodo esplode il vitalismo economico sociale. Il lavoro autonomo incomincia la sua crescita ipertrofica animata da un tipico carattere nazionale, l’individualismo, che in questo caso si coniuga virtuosamente con il farsi da sé. Come avevano dimostrato ad abundantiam i nostri emigrati all’estero, era il contesto che inibiva loro di esprimere il loro impegno, la loro dedizione al lavoro, il loro desiderio di riuscita. Ebbene, nel caso italiano il contesto dei decenni precedenti era rappresentato a livello macro dalle rigidità di una società arretrata, dalla cultura della deferenza e della clientela e dal rachitismo dello spirito imprenditoriale, e a livello micro dall’aspirazione al lavoro «sicuro» e, ancor più, «pulito» per marcare l’uscita da una condizione di inferiorità sociale. Il parto dolce del post-industriale all’italiana Solo chi ha frequentato i lavoratori manuali nei decenni passati sa quanto forte fosse l’aspirazione a fare un lavoro in cui non ci si insozzasse di terra, di grasso, di residui vari. Il desiderio di costoro non riguardava tanto svolgere un lavoro poco faticoso: questo fa parte di una generazione ancora precedente, quella dei contadini che morivano nei campi/sul campo stroncati dalla fatica, o degli operai che stramazzavano pochi mesi dopo la pensione consunti dalla fatica delle officine. Riguardava piuttosto un lavoro che evitasse lo stigma dell’odore di petrolio che non va mai via dalle mani, della colla che rimane attaccata dovunque, dell’unto che compatta i capelli come una permanente degradante. La generazione che si affaccia al mondo del lavoro nella seconda metà del dopoguerra si vuole affrancare da quella vita. Sono finiti i tempi di Donnarumma all’assalto [6] , della richiesta disperata di un posto in quella sorta di asettica astronave piovuta dal Nord nelle lande desolate del Sud. Siamo andati un passo oltre. La mistica della fabbrica e del metalmeccanico, icona del lungo autunno caldo e del ciclo della protesta, deperisce nel corso degli anni Settanta. In fondo gli «indiani metropolitani», il movimento del Settantasette, il Macondo, segnalano anche un rifiuto di quella mistica. Le due società di Asor Rosa [7] , proletariato giovanile da un lato, occupati e garantiti dall’altro (Asor Rosa precursore di Pietro Ichino o degli indignados ?), sono in via di divaricazione già allora. Ma il percorso tracciato dal critico palindromo non si realizza. O forse deve attendere i titoli tossici, i subprime e il credit crunch per avverarsi. Sono altri, e con altri obiettivi, i protagonisti del post-Settantasette: sono i nuovi soggetti che spaziano dalle partite Iva agli artigiani del Triveneto, dai professionisti del «terziario avanzato» alle nuove figure professionali dell’economia immateriale dei servizi. Il parto dolce del post-industriale all’italiana crea un ambiente favorevole all’espansione delle potenzialità imprenditoriali in senso lato, all’ achievement personale , per usare un’espressione del gergo sociologico. Addirittura, si potrebbe azzardare l’ipotesi che si diffonde una nuova etica del lavoro, un’espansione geometrica di quello spirito che in sedicesimo aveva alimentato le speranze dell’«Italia Nuova» all’inizio del secolo [8] . Le trasformazioni del mercato del lavoro e della stessa economia in senso post-industriale costituiscono però solo le precondizioni, gli elementi strutturali, i dati di fondo dei vent’anni berlusconiani. Poi intervengono gli aspetti ideazionali e culturali, le «visioni del mondo» soggettive. In questo frangente la società italiana non è ai margini, si inserisce in tendenze in atto nelle società occidentali. Almeno qui non c’è eccezionalismo. La «cultura del narcisismo» investe anche il Belpaese. Non che fossimo alieni a questo tratto per lunga tradizione etico-culturale; infatti, nell’interpretazione di Christopher Lasch, il narcisismo ha scosso più in profondità i Paesi protestanti, rigidi e severi, rispetto al nostro, connotato dal lassismo cattolico. Con qualche forzatura si può comunque sostenere che il narcisismo si coniuga con l’altra tendenza che caratterizza l’Occidente negli ultimi decenni del secolo scorso, il post-materialismo, vale a dire una concezione del mondo al cui centro stanno auto-realizzazione personale e qualità della vita. Tale abbinamento appare perfettamente armonioso (ma in Italia prevarrà uno spartito dodecafonico): in fondo cosa distingue il desiderio di una compiuta espressione del sé dall’obiettivo di una vita di «qualità» e quindi articolata, stimolante, sintonica con il mondo fisico e sociale circostante? Questa interpretazione conduce diritti al mondo vitale dei bobos ( bourgeois bohèmiens ), quei giovani professionisti o funzionari in carriera che accedono a consumi sofisticati ma tendenzialmente green e slow , che prediligono residenze in luoghi in via di recupero e gentrification , che non hanno problemi nell’immergersi in culture e costumi diversi e che hanno a cuore la sinistra nei suoi vari colori, dal verde al rosso intenso. Per fare un esempio nostrano, pensiamo a quella componente sociale che a Milano nei lustri scorsi ha ripopolato i Navigli e il Ticinese, ristrutturando ogni ballatoio possibile e creando un ricco indotto di loisir vari e di servizi a loro uso e consumo. Questa avanguardia sociale nasce, inevitabilmente, come fenomeno metropolitano, ma in Italia, contrariamente alla Germania e, seppure in scala minore, alla Francia, rimane un fenomeno di nicchia. Pur conquistando magazine patinati, la loro dimensione non raggiunge una soglia critica e il loro impatto su atteggiamenti e stili di vita a livello nazionale rimane circoscritto. Il prototipo del post-materialista non diventa un modello di massa. E non è un caso che mentre il leader dei Grünen tedeschi, Joschka Fisher, diventa vicecancelliere e ministro degli Esteri e il partito guadagna la terza posizione dietro Spd e Cdu, in Italia i Verdi, dopo il fuoco di paglia della conquista del comune di Roma con l’elezione di Francesco Rutelli nel 1993, cadono nell’irrilevanza. Il post-materialismo in Italia fatica a trovare rappresentanza politica non solo per la debolezza dell’offerta politica – che certamente conta – bensì per il nanismo della componente sociale che dovrebbe sostenerla. Eppure il cambiamento in termini di orientamenti nei confronti di tanti aspetti tradizionali sul piano delle relazioni interpersonali, della vita sociale e degli stessi valori riferimento va ben al di là delle coorti dei bobos nostrani. La secolarizzazione, ad esempio, incomincia a investire settori cospicui della popolazione: la pratica religiosa è più dichiarata che espletata realmente, i matrimoni civili diventano la norma, le convivenze e le unioni di fatto anche, il rifiuto della «presenza» della religione nella sfera politica viene condiviso da più dei tre quarti dei cittadini, e «Dio, Cristo, la Bibbia sono diventati anche per alcuni fedeli oggetti incerti di fede» [9] . Alla perenne ricerca del rapporto con lo Stato Il cortocircuito del post-materialismo italiano sta nella sua spinta alla «liberazione» individuale Tutto questo però non basta, perché ne rimane escluso il rapporto cittadini-Stato. Il cortocircuito del post-materialismo italiano sta nella sua spinta alla «liberazione» individuale senza ricadute sul piano sociale e collettivo. Di conseguenza l’energia mobilitata dalla fuoriuscita dalla cappa plumbea degli anni Settanta e dallo sfaldamento del vecchio ordine sul piano dei costumi e delle relazioni sociali si incanala in un’altra direzione, diversa da quella etichettabile come «sinistra libertaria» che invece prevale nel resto dell’Europa. Questa energia rivolge tutta verso una auto-realizzazione individuale sul piano economico . L’esplosione del lavoro autonomo di ogni ordine grado diventa visibile negli anni Novanta, ma è stata preparata da un lungo e sotterraneo lavorìo negli anni precedenti. Così come il trauma della guerra fu la levatrice del miracolo economico, così la fine del terrorismo ha consentito una inedita espansione di intrapresa individuale. Rispetto agli anni della ricostruzione e del boom negli utlini decenni del secolo scorso era tramontata il modello della società industriale con i suoi imperativi economici e organizzativi e, con esso, la società ordinata rigidamente in classi e allineata lungo direttrici culturali e ideologiche ben precise. La società degli anni Ottanta è del tutto diversa: incomincia lentamente a «liquefarsi», come avrebbe detto Zygmunt Bauman. La peculiarità italiana è che questa liquefazione non va a favorire i left-libertarian : il post-materialismo nella nostra penisola prende una direzione peculiare. Si trasforma in una sorta di pulsione faber , di auto-realizzazione più materialista che post, non tanto per la coazione al consumo quanto per le finalità tutte centrate sull’economico. Insomma, la vera espressione del sé nell’Italia fin de siècle presenta una curvatura economica: alle acquisizione ed espansione dei diritti civili, alla declinazione non-politica della partecipazione tramite il volontariato, alla secolarizzazione sia in senso stretto sia in senso lato con il rifiuto delle ideologie, al definitivo scardinamento degli «ordini sociali» acquisiti, a tutto questo, che pure esiste ed è in sintonia con il post-materialismo classico à la Inglehart, si associa una spinta vitalista verso l’affermazione delle proprie capacità e potenzialità sul terreno dell’economico. Ovviamente tutto ciò si configura prevalentemente nel Centro Nord e massimamente nel Nord Est: tuttavia sono queste le aree che esprimono il clima dei tempi, più della Gomorra napoletana o del perdurante controllo mafioso in Sicilia. È in questo quadro che si colloca l’irruzione del Cavaliere. Certo, il suo messaggio coniuga e cementa vari discorsi, da quello puramente anticomunista in senso lato – si rilegga il messaggio della sua discesa in campo per verificare quanto sappia da anni Cinquanta la sua retorica – a quello subliminale della ricchezza e del mondo dorato e luccicante dei media, con un ulteriore sottinteso di disinibizione sessuale. Ma il cuore del messaggio è nel medium, è in Berlusconi stesso, assurto a icona dell’«uomo del fare». È questo il punto di contatto intimo e ferreo con la società italiana quale è venuta ma turando negli anni precedenti – e che tale proseguirà per altri lustri. Certo, ripetiamolo, il «gruppo di famiglia in televisione», pennellato da Edmondo Berselli [10] quasi in contemporanea con la discesa in campo del Cavaliere, non solo è un piccolo capolavoro di sociologia politica, ma fornisce a tutt’oggi uno dei più penetranti sguardi sul contesto culturale in cui cala il berlusconismo. La talpa televisiva ha scavato a fondo nella definizione degli obiettivi e delle scelte di vita degli italiani. E Berlusconi offre loro quanto essi hanno imparato a desiderare. Ma questo non basterebbe se non ci fossero forze sociali e interessi «materiali» a sostegno del Cavaliere. Il paradosso italico è che queste forze sociali e questi interessi materiali sono frutto del post-materialismo all’italiana che connota gli anni Novanta. La fine di uno schema e del modello relativo Questo schema ha retto fino all’altro ieri. È su questa retorica che si sono costruite le fortune del centrodestra. Del resto, come le varie indagini Itanes hanno rilevato, gli elementi identificativi di questo schieramento, oltre alla diffidenza/ostilità verso gli immigrati, alla domanda di legge e ordine e all’adesione alla religione cattolica – con punte di tradizionalismo vero e proprio se pensiamo che i dirigenti leghisti erano devoti alla comunità scismatica di San Pio V, i seguaci di monsignor Lefebvre – ruotano attorno alla esaltazione della libera impresa (mentre sull’antinomia Stato/mercato c’è molta più nebbia: la sanità pubblica e il Welfare piacciono anche a destra). Di più: l’intima connessione del centrodestra con il suo elettorato, l’appello che lo tocca più nel profondo, riguarda la supposta «liberazione» dell’individuo dai lacci e laccioli dello Stato, dei sindacati, delle regole e, perché no, del fisco. Ora la grande crisi rimescola le carte. Non tanto perchè si siano diffusi disaffezione e disamore rispetto verso l’impresa, o verso il piccolo è bello, o verso il lavoro autonomo – e il successo del libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente [11] , dedicato al declino del modello Prato, lo attesta. Quanto piuttosto perché quel modello ha oggettivamente il fiato corto e non produce più i benefici materiali (ricchezza) e simbolici (centralità sociale) che assicurava un tempo. Se pensiamo che dal 1993 al 2008 i lavoratori autonomi hanno registrato un aumento del loro reddito disponibile del 25% contro il 4% appena dei lavoratori dipendenti [12] diventano chiare le ragioni del perdurante successo di quella componente politica, il centrodestra, che a loro si è rivolta garantendogli evidenti benefit. L’egemonia sociale del forza-leghismo si fonda – si è fondata – anche e soprattutto su questi elementi socio-strutturali. Ora però il modello si sta sgretolando, perché nel mondo dell’«intrapresa personale» in senso lato sta calando l’incertezza, se non lo spaesamento più completo. In primo luogo, come rivela la Banca d’Italia, già ai primi vagiti della crisi economica, e cioè tra 2006 e 2008, il reddito dei lavoratori autonomi è calato del 7,8%, con una diminuzione quasi doppia rispetto al reddito dei lavoratori dipendenti. E in secondo luogo, i recenti imperativi al raddrizzamento dei bilancio dello Stato impongono misure sempre più rigide di controllo del reddito e adeguamenti sempre più stringenti a precise regole amministrativo-fiscali. Il rilassato rapporto cittadini-Stato patrocinato dal forza-leghismo viene ora di necessità irrigidito e le immense praterie in cui far scorazzare la propria vis produttiva e accumulativa offerte dal berlusconismo rampante si stanno restringendo alle dimensioni delle riserve indiane. Questo mutato rapporto esprime un diverso clima dei tempi, in cui lo Stato torna ad avere un riconosciuto e legittimo ruolo regolativo e persino redistributivo. Le componenti sociali di riferimento del centrodestra stanno quindi perdendo quella egemonia, economica e culturale, che ha consentito al loro interprete massimo, il berlusconismo, un lungo predominio. Tuttavia non sono alle viste altri ceti sociali «in ascesa» né altri interpreti politici centrali. Si prospetta piuttosto una fase fluida in cui, probabilmente, le offerte politiche si configureranno in maniera inedita. Speriamo che arrivi infine la stagione della razionalità, del pensiero critico e del pragmatismo. Note [1] A. Giovagnoli, Il partito italiano. La Democrazia cristiana dal 1942 al 1994 , Roma - Bari, Laterza, 1996. [2] J. Billington, Con il fuoco nella mente: le origini della fede rivoluzionaria , trad. it. Bologna, Il Mulino, 1986. [3] S. Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma - Bari, Laterza, 2011. [4] Teofilo Folengo, Baldus , Torino, Utet 1997, a cura di M, Chiesa; F. Biondo, Italia illustrata , a cura di P. Pontari , in Opere , Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 2010. [5] M. Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta: quando eravamo moderni , Venezia, Marsilio, 2010. [6] O. Ottieri, Donnarumma all’assalto , Milano, Bompiani, 1959. [7] A. Asor Rosa, Le due società: ipotesi sulla crisi italiana , Torino, Einaudi, 1977. [8] S. Lanaro, L’Italia nuova. Identità e sviluppo 1861-1988 , Torino, Einaudi, 1988. [9] I. De Sandre, Pratica credenza e istituzionalizzazione delle religioni, in F. Garelli, G. Guizzardi e E. Pace (a cura di), Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso in Italia , Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 131 e 155. [10] E. Berselli, Gruppo di famiglia in televisione, «il Mulino», n. 4/1994, pp. 659-670, ora in Id., L’Italia, nonostante tutto , a cura di B. Simili, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 81-96. [11] E. Nesi, Storia della mia gente , Milano, Bompiani, 2010. [12] Banca d’Italia, Supplemento al «Bollettino statistico», n. 8, 10 febbraio 2010. |






