Rivista il mulino

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Accanimento terapeutico: il sostantivo e l’aggettivo attraversano dolorosamente le nebbie in cui, dopo il buon senso, la politica italiana ha smarrito anche l’ultimo residuo di decenza. E non si intende, qui, la pervicacia con cui un intero gruppo dirigente si ostina a tenere in vita un assetto di potere in cui interessi personali, corruzione, insipienza, prepotenza e volgarità danno il peggio di sé. L’accanimento terapeutico è da intendere piuttosto nel suo significato stretto: applicazione insistita oltre ogni ragionevolezza e ogni pietà di tecniche mediche che impediscano a un uomo o a una donna di chiudere con dignità la propria vita.

In realtà, le due tragiche «cocciutaggini» hanno più d’un punto in comune. Anzi, vanno di pari passo da almeno tre anni, cioè dal 17 settembre del 2008. Quel giorno la Camera dei deputati e il Senato sollevarono un conflitto di attribuzione nei confronti della Cassazione e della Corte d’appello di Milano, ree d’aver «creato una disciplina innovativa […], fondata su presupposti non ricavabili dall’ordinamento vigente con alcuno dei criteri ermeneutici utilizzabili dall’autorità giudiziaria». In sostanza, con la sentenza 21748 del 2007 la prima aveva riconosciuto il diritto di Eluana Englaro a morire in pace. E il 25 giugno di quello stesso 2008 un decreto della seconda aveva accolto «l’istanza di autorizzazione all’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale».

E però, dopo sedici anni e più di coma vegetativo, alla povera Englaro le maggioranze di Camera e Senato proprio non volevano concedere tregua. Così fu necessaria una nuova decisione, questa volta della Corte costituzionale. E la Corte costituzionale, appunto, l’8 ottobre 2008 dichiarò insussistente il «requisito oggettivo dei conflitti sollevati», e dunque inammissibile il ricorso. Quel che seguì è o dovrebbe essere a tutti tristemente noto: in una macabra corsa contro il tempo, la destra – sostenuta da più d’un transfuga del centrosinistra – tentò in ogni modo di vanificare le pronunce di Cassazione, Tribunale di Milano e Corte costituzionale.

Per lunghe settimane tutto il Paese fu costretto a soffrire lo spettacolo di parlamentari che tenevano in spregio non solo la magistratura, ma anche e soprattutto un diritto che la magistratura aveva riconosciuto a una cittadina. Qualcuno sproloquiava, paragonando l’interruzione della respirazione e della nutrizione forzate alla (cosiddetta) eutanasia nazista. Altri blateravano di indisponibilità della vita, e intanto si accingevano a sequestrare per legge quella di una donna. Ci fu anche uno – il primus super pares, come all’incirca in quel periodo amava essere definito – che giurò agli italiani che non di un corpo straziato e vegetante si trattava, ma di una giovane con normali cicli mestruali, che avrebbe potuto avere un figlio. Disse proprio così, quel primus, e senza vergognarsene. Quando poi giunse in aula la notizia della morte della Englaro, rivolti verso i banchi dell’opposizione e del pari senza vergogna, i suoi deputati gridarono «assassini, assassini».

Questo accadde in Italia, su per giù tre anni fa. A ricordarlo, quasi non ci si crede. Come è mai possibile che un gruppo di eletti dai cittadini incrudelisca in questo modo? Come è mai possibile che un capo di governo dia «notizie» sulle mestruazioni di una donna in coma? Come è mai possibile che nessuna pietà suggerisca di accogliere con il silenzio la fine tormentata di un’esistenza? Ma così accadde. E subito dopo gli stessi che avevano combinato lo scempio del diritto e dell’umanità promisero che per il futuro nessuno più avrebbe goduto del privilegio di decidere della propria morte. Nacque così quello che fu poi detto disegno di legge Calabrò, dal suo relatore Raffaele Calabrò, e che si proponeva di regolamentare la fine delle nostre vite. O almeno la fine delle nostre vite nel caso in cui ci tocchi di arrivarci senza possibilità di manifestare direttamente la nostra volontà.

Questo è il centro della questione, infatti: non in generale il diritto di rifiutare le cure e di lasciarsi morire – sancito dalla Costituzione, come si legge anche nella sentenza citata della Cassazione –, ma quello stesso diritto nei casi di coma irreversibile, pur in presenza di un «testamento biologico», ossia di una dichiarazione scritta esplicita e preventiva. È qui, in questo momento di massima debolezza del singolo, che l’ordinamento giuridico dovrebbe tutelarne la volontà: così verrebbe da dire. E invece Calabrò & C. opinavano (e opinano) che non la volontà del cittadino debba essere tutelata, ma la prepotenza di una morale confessionale e di uno stato illiberale che vorrebbero padroni assoluti dei nostri corpi, oltre che delle nostre anime, come se fossimo sudditi.

E infatti, dopo un lungo iter passato quasi inosservato – cioè, abbandonato a se stesso e al silenzio anche dall’opposizione –, l’11 luglio di quest’anno il biotestamento in versione Calabrò diventa legge, o almeno lo diventa per metà, essendo stato approvato a maggioranza dalla Camera. La data della votazione non è l’ultima delle sue curiosità, per così dire. Il Paese è in crisi, il governo sgoverna, la maggioranza perde consensi, eppure la destra – spalleggiata da alcuni «santi oppositori» – insiste nella sua crociata, per quanto statisticamente impopolare. Lo fa a dispetto della incostituzionalità evidente della norma, oltre che di un più che concreto pericolo d’abrogazione per referendum. Insomma, lo fa non tanto in vista di una effettiva e duratura regolamentazione della questione, quanto in vista di una prova di forza politica. Anzi no, più che di una prova di forza vien da pensare si tratti di una dichiarazione a futura memoria. Sembra rivolta, questa dichiarazione, alla gerarchia ecclesiastica, per «confermarle» la disponibilità di Pdl e Lega a contrastare ogni spirito laico nella società. Se anche cadremo, sembrano promettere, resteremo a disposizione, ben più affidabili di un centrosinistra che del tutto laico nel suo complesso non si può dire, e che però non dà le stesse garanzie. E questo spiega perché «i moribondi di palazzo Montecitorio», come li chiama su «la Repubblica» Stefano Rodotà, si accaniscano tanto a sostegno dell’accanimento terapeutico.

L’11 luglio, dunque, la Camera approva il testo Calabrò: Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento. A parte il consenso informato – che con tutta evidenza non si può riferire ai casi di coma vegetativo se non attraverso un testamento biologico, appunto –, nel titolo spiccano l’«alleanza terapeutica» e le «dichiarazioni anticipate di trattamento», in gergo «dat». Che cosa sono? E che ruolo hanno?

Cominciamo dalle dat, appunto. Non sono obbligatorie, recita l’articolo 4 della legge, e sono redatte in forma scritta dal soggetto «in piena capacità di intendere e di volere dopo una compiuta e puntuale informazione medico-clinica», oltre che sottoscritte anche da un medico. Durano 5 anni, e possono essere revocate o modificate in ogni momento. Che cosa vi si «dichiara»? Secondo l’articolo 3, non volontà in senso stretto, ma «orientamenti e informazioni utili per il medico, circa l’attivazione di trattamenti terapeutici». Per la verità, il testo prosegue aggiungendo la possibilità di «esplicitare» anche «la rinuncia da parte del soggetto a ogni o alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale». Tra queste «forme», però, non ci sono l’idratazione e l’alimentazione forzate, che invece «devono essere mantenute fino al termine della vita [il corsivo è redazionale]». E lo devono con la sola eccezione che «risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo». Cioè, con la sola eccezione che quel povero corpo non sia ormai più nemmeno un corpo. In altri termini, con questa norma Eluana Englaro sarebbe ancora oggi costretta non a vivere, ma a vegetare.

L’idratazione e l’alimentazione forzate, sostenevano nel 2008 i pii aguzzini di Stato, non sono atti di cura, e ora lo ripetono sotto forma di legge. Questo è il senso profondo dell’impossibilità di escluderle nelle dat: dal momento che la Costituzione sancisce il nostro diritto a rifiutare le cure, se un trattamento non è rifiutabile ne segue che quel trattamento è considerato dal legislatore come non terapeutico. Insomma, lo Stato si arroga la competenza di decidere che cosa sia cura e che cosa non lo sia. O anche, per essere più espliciti, si arroga il diritto di modificare la natura di una «realtà di fatto», come di certo è un atto medico. È azzardato aggiungere che queste pretese appartengono non a un ordinamento democratico e liberale, ma a uno totalitario?

Ma torniamo alle dat, e agli orientamenti, informazioni e rinunce in esse espresse. Quanto valgono? La risposta, netta e cruda, è contenuta nell’articolo 7. Il medico curante, vi si legge, le prende in considerazione. Proprio così: le prende in considerazione. E dopo averle prese in considerazione, fa quel che gli pare – o quel che gli conviene, in vista della carriera –, con il solo obbligo di annotarne le motivazioni nella cartella clinica. A niente vale quel che il «soggetto» ha scritto. A niente vale quel che pensa il suo rappresentante legale, padre o madre o figlio o figlia o fratello o sorella o amico che sia. A niente vale il collegio formato «da un anestesista-rianimatore, da un neurologo, dal medico curante e dal medico specialista nella malattia da cui è affetto il paziente». Previsto nel disegno di legge, quel fantomatico collegio è infatti scomparso nella stesura definitiva. Alla fine, nella strana «alleanza» terapeutica di cui ciancia il titolo della legge Calabrò, uno solo è padrone, e tutti gli altri sono sudditi, il paziente in primo luogo.

Così vorrebbero che non-morissimo, i pii aguzzini di Stato. Ma non lo ammettono in forma aperta, diretta. Al contrario, per negarci il diritto alla nostra morte – a una morte che sia nostra –, ricorrono a parole che sembrano voler dire tutt’altro: consenso, e poi alleanza e dichiarazioni. Lo stile è sempre quello: confondere, dire per negare, difendere le libertà per reprimerle, e intanto lanciare segnali e «dichiarazioni» verso ben altri consensi, ben altre alleanze. Non conta che il Paese sia in crisi. Non conta che il governo sgoverni. Conta solo che il corpo moribondo del loro potere sia nutrito e idratato con accanimento, e oltre ogni decenza.