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Secondo le mie esperienze non posso che concordare con tutte le valutazioni internazionali che ci pongono ai confini del mondo occidentale. i confini inferiori.
E così è per l'efficienza delle strutture universitarie a cui talvolta mi rivolgo.
Potrei raccontare come ad un covegno un preside di facoltà di una grande città disse che il suo corso oramai durava 8 anni invece dei prescritti 6 per ritardi inevitabili, e lo diceva senza vergogna nè rammarico.
Questà è la reltà dei fatti, non sempre e dovunque ma spesso e in molte sedi.
Il resto è aria.
Attorno al tema della valutazione ci sono nel panorama italiano e internazionale voci esperte e il mio è solo poco più di senso comune. Ritengo che attorno a questo tema tra le posizioni di Cavalli e quelle dell’onorevole Aprea ci sia una qualche tensione a mio avviso significativa. A parere di Cavalli, si scusi la semplificazione, la valutazione pare essere un necessario patrimonio da sviluppare, da potenziare, da coltivare, da allestire dentro ma, soprattutto, fuori della scuola, tramite saperi e agenzie esperte. Un recente lavoro di una giovane ricercatrice, Rita Fornari, dal titolo “Valutare si può”, pur riferendosi al mondo universitario, pone in luce le diverse interpretazioni che quasi si fronteggiano nel campo istituzionale e professionale attorno al tema della valutazione. Nei sistemi educativi la valutazione è una procedura da istituzionalizzare, un’azione che dovrebbe essere esterna alle scuole e che a queste si rivolge, ma è anche una pratica professionale interna alle scuole, è una mentalità ma è anche un insieme di sistemi di monitoraggio e di tecniche da condividere. Mi pare invece che la posizione espressa dall’onorevole Aprea guardi alla valutazione più come a una mentalità solo interna alla scuola, una sorta di autodisciplina - anche se lei non mi sembra usi il termine autovalutazione che pure nel dibattito ha tali e tante interpretazione, e ha visto nella pratica tante esperienze. A mio avviso Aprea nel suo discorso fa perno su una sorta di autodirezione valutativa spontanea che le scuole dovrebbero operare, non si capisce come, su loro stesse. Mi incuriosisce che non ci siano nelle parole dell’onorevole espliciti riferimenti a processi reali in atto o da porre in essere. Ho la sensazione, forse errata, che nelle valutazioni dell’onorevole Aprea ci sia, in fondo, un’idea come di una “mano invisibile”, una forza propria del “mercato educativo” come soluzione per migliorare la scuola. La trasformazione possibile, secondo tale visione, è estremizzata ma e per rendere evidente ciò che voglio dire, dovrebbe essere frutto della “competizione naturale” tra le scuole. Certo, se interpreto bene, questa è una bella tentazione ma forse troppo rischiosa per una scuola come quella italiana che ha già notevoli scarti in termini di equità delle opportunità in campo educativo. Tornando più specificatamente alla valutazione questa, come molti sanno meglio di me, ha una storia di qualità, anche nelle scuole italiane così denigrate, e mi auguro che l’onorevole possa presto esplicitare le forme e i modi di cosa lei e gli altri che con lei condividono il suo progetto intendono per valutazione. Altri, negli anni, si sono espressi sul tema e la valutazione ha tali e tante epistemologie (misurazione, monitoraggio, riflessività, e così via) che è forse necessario esplicitare le posizioni di partenza. La valutazione non è un fatto oggettivo, un armamentario pronto da utilizzare, è, come sappiamo bene (anche per quanto riguarda l’Università), una controversa costruzione sociale, tutta da verificare e come tale dovrà essere progettata, resa operativa e condivisa.
L’altra questione davvero cruciale posta da Cavalli è quella dei docenti. La scuola italiana (come ogni generalizzazione questa mia è ingenua e poco incisiva…) ha un corpo docente mediamente troppo vecchio, altamente, forse troppo, femminilizzato e poco retribuito in confronto agli altri paesi. Alcuni dei docenti però – molti, da quanto testimoniano le ricerche fatte nell’ultimo decennio - sono anche cambiati. Dall’Autonomia in poi i docenti svolgono diversi ruoli: funzioni strumentali, staff alla direzione, esperti di progetti europei, esperti di progettazione. I docenti, insomma, sono usciti dall’aula, sono dovuti andare oltre la loro privata pratica didattica, sono “costretti” a cooperare con i colleghi, con gli allievi e con le famiglie. Certo i docenti sono sopraffatti da più spinte, da un decennio di riforme, dai giovani - che per lo più non capiscono - e i docenti che lavorano come precari vivono una professione senza un vero ruolo e sono già stanchi: prima di entrare stabilmente nelle istituzioni, sono già socialmente provati. Negli anni 90 abbiamo condotto diverse indagini e abbiamo trovato docenti pronti a riflettere sulle sfide. Ci sono docenti che si mettono in gioco, poi altri che non lo hanno mai fatto e che aspettano solo di uscire dai giochi e, infine, ci sono quelli che vorrebbero entrare nel sistema ma hanno come progetto, imposto, solo l’attesa e il lavoro da professionista precario. Tali pressioni producono una sorta di autoreferenzialità professionale, ma addirittura individuale. Ogni docente ha se stesso come problema e come obiettivo e finisce per perdere di vista l’obiettivo comune: fare degli allievi migliori, capaci di apprendere, capaci di dare valore all’esperienza educativa (e questo non solo nei buoni licei classici, ogni scuola deve pretendere di avere buoni allievi!). Faccio ogni anno un lavoro di gruppo con i miei studenti di sociologia dell’educazione a partire da un documentario di pochi anni fa, “a scuola” di Leonardo di Costanzo (ha vinto al festival di Venezia nella sezione documentari), che ci porta in una scuola di Napoli. I docenti si sono rivisti nel documentario insieme al regista e guardandosi hanno detto: “abbiamo fallito”. I docenti in Italia per lo più falliscono anche quando tentano di lavorare. Ma dove c’è la crisi c’è anche la possibilità di cambiamento. Bisogna rimettere i docenti al centro della scuola, bisogna mettere i docenti bravi al centro della scuola, e ce ne sono. I rischi della riforma, come gli esperti sanno bene, sono la produzione di paradossi: disorientare i docenti capaci, metterli sotto pressione, caricandoli di procedure e di non senso, allontanarli dalle proprie motivazioni. La formazione dei docenti è tema strategico. Il fallimento delle SISS non deve, non può, essere il fallimento della formazione docente. Quel tipo di esperienza va ripensata in senso didattico, selettivo, va ripensata come progetto istituzionale strategico e credo che l’Università possa dare un suo contributo. La scuola è un tema di interesse per molti esperti del mondo universitario, per sociologi, psicologi, pedagogisti, scienziati in genere. Negli ultimi dieci anni scuola e università hanno imparato a cooperare e tale patrimonio non sarà disperso.
Sulla questione della selettività e del suo rapporto con la qualità dell’istruzione, penso che questo sia davvero un tema per una speciale attenzione. Noi non sappiamo più veramente se abbiamo una pessima scuola o una buona scuola. Il giovane ricercatore Orazio Giancola, con il suo recente lavoro su performance educative e diseguaglianze, ci aiuta a guardare alla varietà della qualità interna della scuola italiana. Abbiamo una scuola “a macchia di leopardo”, buoni e pessimi licei al nord ma buoni e pessimi licei anche al centro e al sud. Una variegata qualità di scuole tecniche e professionali non sono migliorate negli anni. Di certo abbiamo una scuola ancora poco aperta, una scuola dove i test PISA sono insufficienti non solo e non tanto perché le risposte sono sbagliate ma anche perché i ragazzi non sono formati alla forma test. Abbiamo in Italia molte scuole, voglio dire molti docenti e molti dirigenti, ma anche molte famiglie, non capaci di accogliere il cambiamento culturale in atto, abbiamo una scuola troppo poco autonoma, troppo poco responsabile del futuro. Abbiamo una scuola (ma anche un’università) che non sapendo cogliere i mutamenti profondi intervenuti nelle giovani generazioni (insicurezze di ogni tipo, personali e sociali, nuovi media, consumi culturali e così via) preferisce, non sapendo fare molto altro, svilirle e giudicarle. Abbiamo una scuola che si è dotata, con l’autonomia, di nuovi strumenti amministrativi, didattici, organizzativi ma che non è stata ancora capace di tradurre tali innovazioni nelle pratiche didattiche. La qualità didattica dell’autonomia scolastica è incompiuta e sopravvive oggi la tentazione del ritorno al passato: la selezione come metodo di qualità, il merito come retorica e panacea onnicomprensiva.
Assunta Viteritti, Dipartimento DIES, Università Sapienza ROMA
Ho letto con attenzione lo scambio Aprea-Cavalli, soprattutto per i ripetuti (e largamente condivisibili) riferimenti al tema della valutazione (delle politiche, delle istituzioni educative, degli operatori). Dal 1997 esiste in Italia l'AIV (Associazione Italiana di Valutazione) la quale raccoglie coloro che, per mestiere, si occupano di valutazione di politiche ed interventi pubblici e quindi anche di politiche e di sistema educativo: l'AIV promuove la cultura della valutazione e cerca di diffonderla tra quanti, a vario titolo, sono responsabili della 'cosa pubblica' in Italia. Sono attualmente il Presidente dell'AIV e voglio dire ad Aprea e Cavalli che sui temi sui quali loro si interrogano l'AIV non solo sta riflettendo e cercando di intervenire da qualche anno ma soprattutto è disponibile ad un confronto e ad una progettualità seria e competente. Sarebbe bello che grazie ad una rivista così autorevole come Il Mulino si aprisse sia una discussione sul tema sia un percorso di lavoro comune che facesse fare alla cultura della valutazione dei sistemi educativi in Italia il 'salto' che tutti invocano ma che si fa tanta fatica a costruire. Da parte nostra, quindi, la massima disponibilità e volontà di discutere (faremo il nostro prossimo congresso annuale a Pisa a fine marzo) e di provare a fare qualcoaa di concreto, significativo e visibile.
Alberto Vergani, Presidente AIV