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Chiunque, nel corso degli anni, abbia messo in discussione il valore e la pertinenza storico-categoriale della dicotomia destra/sinistra è stato accusato, sulla scorta di una fortunata sentenza di Alain, di essere un uomo di “destra”, incline al mimetismo e alla confusione delle lingue. Si potrebbe dire, ragionando allo stesso modo, che chiunque di ostini ad affermarne la rilevanza anche nell’epoca attuale non può che essere un uomo di “sinistra”, interessato a rimarcare la “rendita di posizione” politico-semantica di cui quest’ultimo termine continua a godere nel discorso pubblico e nella sfera intellettuale (a dispetto dei rovesci politici che essa ha subito nel corso degli ultimi decenni, non solo in Italia). Ma si tratta di una battuta, che oltre a non risolvere l’annosa discussione su questa controversa coppia di concetti, rischia di non render giustizia allo sforzo teorico compiuto da Galli, consistente nel leggere la coppia destra/sinistra in una prospettiva filosofico-politica che coincide, dal punto di vista temporale e concettuale, con quello che egli definisce lo “spazio politico della modernità”. Rispetto a questo sforzo non mi convincono un paio di cose, che provo ad accennare velocemente (e temo confusamente). La politica “moderna” (e di conseguenza la dicotomia destra/sinistra) si struttura, sostiene Galli, intorno alla nesso disordine/ordine, che presenta due facce o dimensioni: da un lato, l’instabilità e precarietà del mondo reale (che è il dato intorno al quale si strutturano tutte le diverse espressioni storiche della destra); dall’altro, una natura umana la cui emancipazione e “liberazione” può avvenir solo attraverso l’artificio – razionale – delle istituzioni (che è il punto di partenza della sinistra in tutte le sue differenti varianti). Quello che non mi è chiaro è perché l’instabilità o precarietà del mondo venga rappresentata da Galli come una percezione (o un’immagine, inevitabilmente ideologica, della realtà), invece che come un dato fattuale originario e permanente, e perché, al contrario, la normatività intrinseca della soggettività umana venga presentata come un dato di natura e non come un ideale normativo o una convenzione. Non mi è chiaro, in altre parole, perché la “norma naturale dell’umanità”, come egli la definisce, sia rappresentata dal bisogno, tipico della sinistra, “di difendere e di far fiorire l’essenza del soggetto” attraverso lo strumento della politica, e non da quello – condannato inevitabilmente allo scacco, precario e contingente per definizione – di dare “forma” al disordine perseguito da una destra che, secondo Galli, insegue sì l’ordine ma in realtà prospera (politicamente, ideologicamente) nel caos e nel conflitto assunto come stato normale della storia e della convivenza tra uomini. Se per Galli, alla luce della sua distinzione, la destra è immanente e la sinistra trascendente, dal mio punto di vista vale esattamente il contrario: la destra punta a trascendere il dato brutale e storicamente originario del disordine, dopo averlo accettato, mentre la sinistra è destinata a restare prigioniera di una realtà umana che può al massimo negare. E vengo, ancor più brevemente, al secondo punto. Tutto il discorso di Galli, pure molto sofisticato sul piano filosofico, mi sembra trascurare il carattere formale e funzionale, dunque banalmente empirico, della distinzione destra/sinistra, che deve gran parte del suo significato, anche ai giorni nostri, al fatto che essa rappresenta un utile (e convenzionale) criterio di distinzione dello spazio politico nel quadro di quella particolare forma di regime che definiamo “democrazia” (nelle sue diverse varianti istituzionali). Destra e sinistra non sono più criteri di identità o appartenenza politica, come nel passato, ma servono ancora come criteri generali (e forse generici) di distinzione e orientamento. Ed è questo il motivo concreto per cui, pur criticandoli, come mi è capitato di fare in passato, non possiamo ancora farne a meno.
Ho letto il lungo saggio che viene reso disponibile sul nuovo sito. Mi pare che l'intervento di Carlo Galli inauguri un modo nuovo di discutere la distinzione tra destra e sinistra. Per la prima volta, infatti, si assume all’interno di un unico problema filosofico-politico la molteplicità delle destre e delle sinistre che hanno popolato e che ancora oggi popolano la politica (occidentale). Tutte sarebbero risposte determinate alla consapevolezza tipicamente moderna dell’intrinseca indeterminatezza del reale. Innovativa è l’interpretazione che Galli fornisce della destra: essa non è una mera figura dell’inerzia e della conservazione dell’esistente; al contrario, proprio perché riconosce come un dato ineluttabile (seppur minaccioso) l’instabilità del reale, essa è in tutte le sue varianti espressione di una concezione della politica che «rende tutto possibile». E proprio per questo motivo risulta egemone nel contesto fluido del mondo postmoderno. Non tutto è invece possibile per la sinistra (nelle sue varianti liberale, socialista e anarchica) perché essa assume come presupposto «la normatività intrinseca della natura umana» e, quindi, nell’instabilità del reale e nel suo movimento essa vede sempre un telos che va realizzato nell’artificio. Si potrebbe discutere nel dettaglio la fenomenologia delle destre e delle sinistre presentata nell'articolo (in primis la difficoltà di collocare al suo interno il radicalismo politico statunitense, che non risponde alle logiche dell’artificio moderno). Se si legge l'articolo con attenzione si può cogliere la provocazione politica che è implicita nell'analisi: alla destra, infatti, viene sottratta la palma del difensore dell’ordine e della stabilità, cui paradossalmente sarebbe strutturalmente più idonea la sinistra, anche quando si pone l’obiettivo rivoluzionario del mutamento emancipatorio dell’ordine politico esistente. Gli stessi (specie coloro che della sinistra hanno una concezione “radicale”) potrebbero rilevare in questa lettura una sostanziale prossimità con le posizioni della sinistra riformista e moderata contemporanea, che cerca faticosamente di affermarsi tra l’opinione pubblica come forza in grado di garantire meglio delle destre una politica “ordinata” e affidabile, che però, forse proprio per questo motivo, rivela la propria attuale fragilità e conferma la capacità egemonica delle destre. Ma non è questo il punto. La forza del ragionamento proposto da Galli consiste infatti nella definizione di uno schema filosofico formale capace di comprendere la coppia destra/sinistra come possibilità interne al Moderno. Dentro questo schema, è possibile, infatti, abbozzare anche una diversa concezione della sinistra (in questo caso, passando dalla fenomenologia al campo del dover essere). Se infatti la destra si configura politicamente per vedere nella instabile mobilità del reale una minaccia (anche quando sembra accettarla entusiasticamente come destino), la sinistra può costituirsi oggi come alternativa reale solo se assume in sé questa mobilità, senza cercare dunque di superarla nell’artificio dell’ordine. Detto altrimenti: di fronte all’ormai evidente esaurirsi delle logiche politiche della modernità, le possibilità di una sinistra postmoderna stanno forse nella capacità di assumere come proprio il movimento connaturato alla politica e nella capacità di sviluppare forme organizzative, obiettivi politici e linguaggi adeguati a questo obiettivo.